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Capitan Fede:
"Col rock del Liga
infiammerò lo stadio"

Federico Poggipollini, storico chitarrista della band di Ligabue, parla del concerto di Bologna: "Nessuno è profeta in patria: un bolognese come me al Dall'Ara non può sbagliare"

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Bologna, 3 settembre 2010 - Nei loro sedici anni di ‘matrimonio’ artistico il bum bum più forte il cuore gliel’ha regalato all’Arena di Verona quando a suonare con loro rockettari c’era anche un’orchestra classica di settanta elementi e un direttore in frac.

Ma certo per il bolognesissimo Federico Poggipollini anche la serata di domani, al Dall’Ara, davanti al pubblico di casa e agli amici musicisti di sempre che saranno lì con l’orecchio teso a spulciarne e vivisezionarne la prestazione, non sarà una delle ormai tante date di tour vissute al fianco di Luciano Ligabue.

"Con Liga siamo già stati qua nel 2006 — ricorda il chitarrista, classe 1968, musicista dall’età di undici anni quando si dà al basso e al pianoforte prima di scegliere lo strumento della vita che lo trasforma nel mitico Capitan Fede — e l’effetto fu una strana sensazione di protezione emanata dal pubblico ma anche di concentrazione massima perché siccome nessuno è mai profeta in patria, immagino sempre che se non do il massimo dei massimi proprio qua la critica sarà feroce da parte della cricca dei musicisti".

Tanti anni e tante esperienze vissute fianco a fianco hanno mutato il suo rapporto con Ligabue?
"Il cambiamento principale è legato al fatto che quando ci siamo messi a lavorare insieme eravamo giovani, ragazzi. Io avevo 26 anni e arrivai a lui tramite un semplice provino, complice il bassista della sua vecchia band, Antonio Righetti. Da lì e dall’album ‘Buon compleanno, Elvis!’ che era il quinto del Liga ma fu quello che sancì la sua definitiva consacrazione, è cominciato tutto".

Che cos’è per lei Luciano?
"Ne ho grande stima e in passato posso dire di aver condiviso con lui davvero molto. All’epoca, i dischi venivano tutti registrati dall’inizio alla fine e tra me e lui si era creato un legame davvero stretto. Negli ultimi anni l’industria discografica è molto cambiata e il lavoro in sala di registrazione è coordinato e gestito dal produttore che prende in esame i vari brani e chiama solo quando occorre per il lavoro. Quindi si è un po’ persa strada facendo quella disivoltura degli inizi, ci si vede meno fuori la sera".

Che cosa pensa di aver imparato da lui?
"Non si atteggia da star, ha una strordinaria sensibilità e un gusto musicale che non sbaglia mai una scelta. Ci comprendiamo molto bene e capisco al volo ciò che lui desidera. Siamo cresciuti insieme a livello musicale, poi lui resta quello che scrive le musiche da sempre ma la realizzazione delle sue idee viene copilotata anche da me. Ciò che ho assorbito umanamente di più è la passione".

Lei non ha mai lasciato Bologna: la considera una città rock o lenta, tanto per citare Celentano?
"Rock, ma al limite della lentezza. Sta vivendo le trasformazioni già avvenute altrove: ormai i bolognesi veri subiscono una sorta di ghettizzazione, il centro storico è affollato di persone non autoctone. Lo sforzo è cercare di rispettare costoro senza però perdere la nostra anima verace".

Prima di Ligabue ci sono stati Pelù e i tre anni con i Litfiba. Si possono fare paralleli tra le due personalità dei leader?
"Alla corte di Piero arrivai a fine ’89 e ci sono rimasto fino al ’93. Con loro ho fatto dischi importanti, ‘Pirata’, ‘El Diablo‘, ‘Sogno ribelle’ e ‘Terremoto’ ed è stata la prima volta che ho dovuto vivere la musica non come istinto ma come show business accompagnando la loro crescita da gruppo underground a band con le stimmate del successo. Con Liga però non hanno niente in comune: scrivono, cantano ma con una visione musicale agli antipodi".

Da solo pensa di fare ancora qualcosa?
"Non ho mai smesso, anzi non appena termino il 18 questa tournée mi darò alla promozione della riedizione di ‘Caos cosmico’ che la mia etichetta Edel ha marchiato con un ‘Extra’ perché contiene due live registrati nel tour 2009 e il singolo “Anima Silvestre” dove canto con Elena Di Cioccio, figlia del Franz dei Pfm. E’ una canzone priva dell’irruenza del rock con un sound dei Sixties aiutato anche dall’uso di una chitarra Twang".

di Lorella Bolelli


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