Speciale Santo Stefano

musica

Abbado guida il suono
da Santo Stefano verso il cielo
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Il Maestro sul palco (Foto)

Trionfale concerto di Abbado e dell'Orchestra Mozart per il restauro della basilica di Santo Stefano voluto dal Carlino. Tanta gente ha seguito sotto i portici della piazza l'evento sui maxischermi

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BOLOGNA, 19 SETTEMBRE 2010 - IL DIVINO e l’umano insieme, la sacralità intima accanto all’ineffabilità della musica, la storia che evoca l’arte e, come in uno specchio, in essa si riflette. Echi di suoni, che vanno e ritornano, preghiere, commossi aneliti ed emozioni profonde. E un trionfo, infine, quasi liberatorio nell’entusiasta e infinito applauso con cui il pubblico accoglie la conclusione del concerto di Claudio Abbado e dell’Orchestra Mozart nella Basilica di Santo Stefano. Come se tanta contagiosa bellezza, per l’incantevole suggestione dei luoghi e per l’inesprimibile gioia che la grande musica sa comunicare, fosse rinchiusa nell’anima di tutti e avesse solo bisogno di uscire, libera di inseguire i suoni che salgono verso il cielo e con loro guardare tutto dall’alto.
 

UN CONCERTO triplo e indimenticabile, quello ideato da Claudio Abbado su invito del nostro giornale, nell’ambito dell’iniziativa rivolta alla raccolta di fondi per restaurare il millenario complesso monumentale delle Sette Chiese. L’inizio è affidato ai Solisti dell’Orchestra, un trio composto da Gisella Curtolo, violino, Danusha Waskiewicz, viola, e Walter Vestidello, violoncello, interpreti del Divertimento K 563 di Mozart. La Chiesa del Sepolcro fa da cornice alle intime sonorità del genio salisburghese, l’acustica è perfetta, gli archetti si alzano, si intrecciano, i pianissimo sembrano disperdersi tra le colonne di marmo, escono nel Cortile di Pilato, misteriosamente ricompaiono, sostituiti all’improvviso dalle note calde e brunite del violoncello.
 

DI LÌ A POCO, la musica prende corpo, come in un crescendo interiore, impercettibile eppure vivo, quasi lancinante. I Solisti aumentano di numero, si sale anche nella storia, dal classicismo viennese fino a Brahms, con i violini di Raphael Christ e Yunna Shevchenko, le viole di Diemut Poppen e Chaim Steller, e i violoncelli di Luca Franzetti e Antonio Amadei a eseguire nella Chiesa dei protomartiri SS. Vitale e Agricola il Sestetto per archi n. 1 op. 18. Qui la sottile ma trascinante ambiguità ritmica, l’appassionato richiamo ai temi popolari, l’incalzante desiderio dell’autore di cimentarsi col sinfonismo, trasportano il brano cameristico in una dimensione epica, resa impeccabilmente dal sestetto d’archi dei Solisti, sia per la maestria con cui sono superate le impervie difficoltà tecniche, sia per la stupefacente coesione timbrica e interpretativa.
 

POI, QUANDO la Chiesa del Crocifisso accoglie Claudio Abbado e l’Orchestra Mozart, accompagnati da tre solisti come il soprano Julia Kleiter, il contralto Sara Mingardo e il violinista Giuliano Carmignola, tutto è ormai compiuto e il miracolo della musica, vera e infinita originalità del tempo, raggiunge il suo culmine. La Kleiter e la Mingardo riescono a evocare la più intima devozione nell’interpretare tre celebri capolavori bachiani, due arie dalla Passione Secondo Matteo BWV 244 – ‘Erbarme dich, mein Gott’ e ‘Ich will dir mein Herze schenken’ – e l’aria dalla Passione Secondo Giovanni BWV 245, ‘Es ist vollbracht, o Trost’.
 

LE LORO voci appaiono terse, vibranti, commoventi, mentre è addirittura inarrivabile il violino di Giuliano Carmignola, che esegue ancora Bach, il Concerto per violino BWV 1042, con una cavata meravigliosa e una dizione estetica ed esecutiva sbalorditive, che definiscono ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la statura interpretativa del violinista veneto. Infine lo Stabat Mater. L’opera di Giovan Battista Pergolesi appare come una sconvolgente rivelazione, capace di far comprendere a chiunque la mistica religiosità della musica.
 

UN CAPOLAVORO, in cui le voci e gli strumenti si alternano, si allontanano, procedono fianco a fianco, con intima spiritualità e sincera commozione, accompagnati da un profondo dolore interiore, privo di cupezza, ingenuamente radioso. Qui Claudio Abbado riesce miracolosamente a svelare il mistero che avvolge la vita e la fede, a rendere tangibile ed emozionante, attraverso suoni e pause, il miracolo che ancora oggi, nonostante tutto, avvicina il Divino e l’umano. Forse anche per questo, in una sera di settembre, grazie a un’Orchestra formidabile, a uno strepitoso gruppo di solisti, a un direttore geniale e a un giornale fondato 125 anni fa, bastano sette note per salvare Sette Chiese straordinarie.

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UBERTO MARTINELLI