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Alfredo Ionetti non apre bocca Le cambiali parlano contro di lui

Allarme mafia

Una girandola di affari con pregiudicati calabresi e siciliani

 

di Emanuele Chesi

Tribunale( foto Ansa)
Tribunale( foto Ansa)

Cesena, 17 gennaio 2012 - ‘DON CICCIO’ non ha aperto bocca. E nemmeno i due figli. La famiglia Ionetti si è chiusa a riccio davanti al giudice nell’interrogatorio di garanzia in carcere. Tecnicamente gli indagati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, ma il loro atteggiamento non fa una grinza se commisurato allo stile della ‘gente di rispetto’ alla quale gli inquirenti li accomunano. È andata invece agli arresti domiciliari la segretaria Catia Lucchi Casadei che ha risposto al giudice.

DALLE carte processuali, nonostante il proscioglimento nella precedente inchiesta che già lo aveva portato in carcere, dalla figura di Alfredo Ionetti — calabrese da anni trapiantato a Cesena — non si riesce a staccare l’ombra della mafia. O meglio della ‘Ndrangheta, della cosca Condello in particolare, della quale ‘Don Ciccio’ — così è universalmente noto Ionetti tra clienti e amici d’ogni qualifica — è considerato un sicuro referente economico. «Il cassiere della cosca»: così viene bollato nei resoconti che rimbalzano dai giornali calabresi che sottolineano — senza necessità di spiegare altro — il matrimonio del figlio Daniele con Caterina Condello, figlia del mammasantissima don Pasquale, detto U Supremu, incontrastato capobastone del clan insediato a Reggio Calabria, Villa San Giovanni e Fiumara e allargatosi via via in gran parte della Calabria attraverso il traffico di stupefacenti ed armi, il controllo degli appalti e il racket delle estorsioni.
 

NONOSTANTE il sospetto sembre incombente, il 17 luglio 2008 Alfredo Ionetti è stato assolto dall’accusa di associazione a delinquere e riciclaggio. L’anno dopo è però scattato per lui il regime della sorveglianza speciale, deciso dal Tribunale di Reggio Calabria, e l’obbligo di tenersi lontano dalla Sornova, l’azienda sequestrata nel 2006 e affidata in seguito all’amministrazione di due commercialisti reggini. Dall’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Rita Chierici su richiesta del procuratore della Repubblica Sergio Sottani e dei sostituti Fabio Di Vizio e Marco Forte emerge che Ionetti ha continuato in questi a fare il bello e cattivo tempo in azienda.

Spalleggiato dai due figli (peraltro molto impegnati anche nella gestione di una squadra di calcetto). I clienti che dalla lontana Calabria calavano su Cesena per acquistare camion Scania facevano invariabilmente riferimento a lui. I costosi veicoli venivano ordinati da Ionetti alla casa madre e girati a una finanziaria che poi li forniva al cliente con un contratto di leasing. Una fetta della somma necessaria veniva però anticipata dallo stesso ‘Don Ciccio’ in cambio di cambiali che poi venivano messe all’incasso a scadenza in banche locali. I rapporti di Ionetti coi clienti (talvolta pregiudicati) sono comprovati dalle cambiali e da decine di intercettazioni telefoniche nelle quali appaiono sovente i figli e la segretaria, pienamente a conoscenza delle attività della famiglia.

La stessa segretaria si dimostra in più passaggi preoccupata per l’attenzione delle forze dell’ordine alle attività di Ionetti. Che nella sostanza finisce nei guai in seguito ai controlli della Guardia di Finanza sulle irregolarità nella gestione del Credito di Romagna. E proprio da un rapporto di Bankitalia emerge la girandola di versamenti di cambiale firmate da personaggi anche con precedenti penali e residenti in Sicilia e Calabria.
 

IL FLUSSO di somme irregolari e non segnalate dalla banca ha portato alla denuncia per riciclaggio di Pino Cera, ex direttore della filiale cesenate del Credito di Romagna. Secondo gli inquirenti era ben a conoscenza delle attività di Ionetti: un legame provato anche dal fatto che la società del figlio di Cera «collaborava per la redazione di buste-paga con la società Sor-nova» come si legge nell’ordinanza del gip Chierici.  

Emanuele Chesi

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