Cesena, 3 febbraio 2017 - Si allarga l’inchiesta sulla bancarotta della Cassa di Risparmio di Ferrara che coinvolge altre quattro banche, tra le quali la Cassa di Risparmio di Cesena. Nei giorni scorsi la Guardia di Finanza di Ferrara, che nel luglio scorso aveva acquisito corposa documentazione presso la sede Carisp all’Ex Zuccherificio, ha recapitato 16 nuovi avvisi di garanzia a consiglieri, sindaci e dirigenti della Cassa di Risparmio di Cesena in carica nel 2011; gli ‘avvisi’ scaturiscono dall’esame della documentazione acquisita e si aggiungono a quelli già notificati sei mesi fa.

Sotto la lente d’ingrandimento della Procura della Repubblica di Ferrara ci sono gli scambi di azioni tra la Cassa di Risparmio di Ferrara da una parte, e la Cassa di Risparmio di Cesena e le banche popolari di Bari, Cividale del Friuli e Valsabbina di Brescia.

Carisp, insieme alle tre popolari, partecipò all’aumento di capitale da 150 milioni di euro realizzato nel 2011 da Carife per una somma complessiva di 22,8 milioni di euro. Dal canto suo, la Cassa di Ferrara non aveva partecipato all’aumento di capitale Carisp del 2010, ma aveva acquistato 367mila azioni, che all’epoca valevano circa 16 euro ciascuna, per un importo di circa sei milioni di euro, che erano detenute dalla banca cesenate nel fondo azioni proprie. In questo modo apparentemente si rinforzavano i patrimoni di entrambi gli istituti, ma era un rafforzamento fittizio.

Le azioni Carisp oggi sono nel patrimonio della Nuova Carife, ma valgono (o meglio dovrebbero valere, dato che non esiste mercato) 50 centesimi ciascuna, per un totale di poco superiore ai 180mila euro. Le azioni della Carife in possesso della Carisp e delle tre banche popolari, hanno il valore azzerato.

Germano Lucchi, all’epoca presidente del consiglio d’amministrazione e legale responsabile della Cassa di Risparmio di Cesena, contesta fermamente l’impostazione dell’inchiesta della Procura ferrarese; in una lettera del luglio scorso spiegò così l’operazione: «La Cassa di Risparmio di Cesena ha sottoscritto una parte dell’aumento del capitale sociale di Carife, ha cioè apportato disponibilità finanziarie e ricevuto in cambio nuove azioni di Carife. Carife, invece, ha acquistato azioni di CR Cesena già esistenti e in circolazione, azioni per le quali il relativo controvalore era già stato apportato a suo tempo alla Banca da coloro che le avevano sottoscritte in sede di emissione.

In altri termini, il capitale di CR Cesena era già stato sottoscritto da altri, non da Carife, e l’acquisto di Carife non ha apportato e non ha tolto nulla alla Banca in termini di capitale. Non c’è stata sottoscrizione reciproca di azioni, ma sottoscrizione di nuove azioni di Carife da parte di CR Cesena e, da parte di Carife, acquisto di azioni CR Cesena già in circolazione, per le quali il capitale era già stato apportato a CR Cesena. CR Cesena aveva aumentato il proprio capitale nel 2010 e Carife non aveva partecipato all’operazione.

Carife ha aumentato il capitale sociale nel 2011 e a questa operazione ha partecipato CR Cesena sottoscrivendo nuove azioni e quindi contribuendo all’aumento del capitale sociale. Carife ha acquistato azioni non nuove ma già emesse e non ha apportato alcunché al capitale sociale di CR Cesena. Quindi nessun aumento fittizio del capitale sociale. Le operazioni sono state corrette sul piano normativo, anche se è comprensibile che la materia, molto tecnica, possa dare luogo a equivoci e difficoltà di comprensione».