Cesena, 9 giugno 2016 - Ci sono due notizie, una buona e una cattiva: quella buona è che la Cassa di Risparmio di Cesena, storico istituto romagnolo nato nel 1841, al culmine di un periodo di progressive difficoltà, sarà salvata da un aumento di capitale da 280 milioni di euro che sarà sottoscritto dal Fondo interbancario di tutela dei depositanti; quella cattiva è che i 13.200 azionisti resteranno con un pugno di mosche o poco più poiché il valore delle nuove azioni sarà compreso tra 10 e 80 centesimi (la ‘forchetta’ è stata calcolata dal professor Augusto Provasoli per Partners spa) quando un paio di anni fa venivano scambiate a 19 euro.

Tra gli azionisti che vedranno falcidiato il loro patrimonio ci sono le Fondazioni di Cesena, Lugo e Faenza che controllano complessivamente il 66% del capitale azionario (48% Cesena, 11,5% Lugo e 6,5% Faenza) ed entro quattro anni dovranno cedere parte delle azioni in loro possesso.

Il 1° febbraio scorso, su indicazione della Banca d’Italia, sono stati rinnovati totalmente il consiglio d’amministrazione e il collegio sindacale. Presidente è stata eletta Catia Tomasetti, avvocatessa romana con origini riminesi, presidente anche dell’Acea (multiutility del Comune di Roma). Poi il direttore generale Adriano Gentili è andato in pensione al compimento del 70esimo anno e ha lasciato il posto a Dario Mancini. Il nuovo management ha buttato all’aria il bilancio già impostato con una perdita di 67 milioni e lo ha successivamente variato più volte gravandolo di accantonamenti sempre più ingenti a copertura dei crediti deteriorati provenienti soprattutto dal settore immobiliare, fino ad arrivare alla chiusura con una perdita di 252 milioni. Contemporaneamente si è assicurato la copertura del Fondo interbancario di tutela dei depositanti che, attraverso lo Schema volontario, garantirà in tempi rapidi un aumento di capitale da 280 milioni. L’operazione di alleggerimento del patrimionio e ricapitalizzazione della Carisp è propedeutica alla sua cessione: in prima fila ci sarebbe la Cassa di Risparmio di Parma, controllata dal colosso francese Credit Agricole.

All’assemblea dei soci che si svolgerà il 28 giugno, agli azionisti attuali verrà proposto un contentino che potrebbe avere interessanti prospettive: un aumento di capitale da 55 milioni attraverso warrant gratuiti (quattro o cinque per ogni azione) da convertire in altrettante azioni al prezzo di acquisto attuale del Fondo (presumibilmente 40-50 centesimi) in un periodo che va da 18 mesi a cinque anni dall’emissione: se la quotazione delle azioni (attualmente sospese) aumenterà ci sarà da guadagnare, altrimenti si rimarrà col pugno di mosche, ma senza ulteriori spese. Intanto è già avviato il piano industriale: si punta al rilancio partendo dalla chiusura di venti filiali e dal prepensionamento (nell’arco di sette anni) di oltre un centinaio dei quasi mille dipendenti.