Cesena, 24 febbraio 2017 - Che cosa deciderà di fare l’onorevole Enzo Lattuca, che nel 2013 è stato il più giovane parlamentare eletto, dopo aver stravinto le primarie nel Pd cesenate: rimanere nel Pd ( in cui milita dalla fondazione nel 2007 quando era diciottenne), oppure prendere un’altra strada nel centrosinistra seguendo i compagni usciti dal partito, fra cui Pier Luigi Bersani, con cui è stato evidente anche in questi anni romani l’idem sentire politico? C’è chi lo indica come possibile capogruppo alla Camera del nuovo organismo politico dei fuoriusciti.

Onorevole Lattuca, ieri lei ci ha detto di essere in una pausa di riflessione. Resterà nel partito o se ne andrà?

«Fino all’ultimo mi prenderò il tempo per pensarci. E non lo farò in una situazione solitaria, ma insieme ad una comunità di donne e di uomini, alla nostra gente, qui a Cesena. Per questo ho promosso un incontro questa sera alle 20.30 alla casa del Popolo di Sant’Egidio e sarò presente a un’assemblea lunedì, mentre domani andrò a Ravenna, per ascoltare ed abbracciare Vasco Errani».

Non c’è urgenza di decidere?

«Non ho fretta: questa non è una questione di date né di statuti. Si tratta di una questione di senso, politico ed anche umano. Ho contribuito, insieme a tanti, a fondare il Partito Democratico. Ed ora, in questo momento preciso, non posso non chiedermi se in questo partito vi sia ancora spazio per far vivere gli ideali della mia gioventù, impegnandoci e lavorando con l’obiettivo di eliminare le disuguaglianze presenti nella nostra società».

Problema di contenuti, quindi?

«Certo. Voglio capire ad esempio cosa si intende fare sui voucher: possiamo affrontare il problema seriamente, dialogando con il sindacato e trovando una soluzione, oppure si vuole tentare ancora il sotterfugio delle elezioni politiche a giugno per evitare il referendum? Voglio capire se siamo consapevoli della necessità di rivedere alcune scelte fatte in questi anni: penso al rapporto con il mondo della scuola e ai temi del lavoro. Penso anche alla mia generazione, alla questione dell’ingresso nel mondo del lavoro. Non si può guardare al futuro solo grazie a ‘Garanzia Giovani’ o ai bonus per i neodiciottenni».

Quanti dilemmi.

«Eh già. Voglio capire se siamo ancora in grado di anteporre gli interessi del Paese a quelli personali. Il problema del Partito Democratico non può essere quello di rilegittimare un capo. Il nostro problema, oggi, deve essere quello di tornare in sintonia con un popolo, e delle primarie fatte in fretta e furia non bastano a questo scopo, anzi, rischiano di moltiplicare i conflitti al nostro interno. La richiesta di unità della nostra gente, gli appelli di tanti iscritti e dei dirigenti non sono stati ascoltati. La cosa che mi rattrista di più è che il segretario Renzi sembra non curarsene. La principale responsabilità di questa spaccatura è sua. Come si fa a non tentare una mediazione, a non raccogliere suggerimenti e a partire per la California nei giorni più più drammatici per il partito? La scelta se stare o andare è difficile e dolorosa, ma va presa con lucidità».

Ha parlato con Bersani?

«Con Bersani, che confermo essere un vero signore ed una persona degna del più grande rispetto, ci incontriamo tutte le settimane qui alla Camera. Insieme, anche nei giorni scorsi, abbiamo fatto molti ragionamenti, senza alcuna pressione. Bersani è uno che ti dà la pacca sulla spalla, non ti tira per la giacchetta».

Restare o uscire dal Pd è anche una scelta di vita. Che cosa dicono i suoi cari? I dirigenti del Pd locale l’hanno avvicinata?

«Le scelte di vita sono altre. Sono tranquillo e sento il supporto della mia compagna Giorgia, della mia famiglia e dei compagni di sempre».