Cronisti
in 'piccionaia'
tra le future star
del giornalismo
Il lavoro del redattore raccontato da Luciano Foglietta, che lavorò a Forlì tra gli anni '60 e '70 quando in via Bruni c'erano un paio di stanzette arredate con tre tavoli, sei sedie, alcune macchine da scrivere e un telefono
Forli, 4 novembre 2010 - Nei tempi attuali il giornale, qualsiasi giornale, può usufruire di un’infinità di tecnologie che gli facilitano il lavoro. Per raccontare come si confezionavano le pagine in una redazione provinciale di 55 anni fa (vedi, nel nostro caso, il Carlino di Forlì) bisogna veramente incominciare così: "C’erano una volta in via Bruni un paio di stanzette arredate con tre tavoli, sei sedie impagliate, alcune macchine da scrivere, una carta geografica della Romagna appuntata alla parete e un telefono" Di giornalisti? Un solo professionista, Carlo Badini e alcuni suoi collaboratori tra cui il professor Vittorio Rossi. Nient’altro.
Gli articoli, i titoli, i sottotitoli, le didascalie alle foto dovevano essere trasmessi alla centrale di Bologna attraverso la cornetta del telefono per cui, spesso, al dettatore si indolenzivano le orecchie. Fu soltanto una quindicina di anni dopo che la redazione venne fornita di telescrivente. Ciò snellì di molto la fatica dei redattori. Bisognava, comunque, recarsi all’appuntamento con la carrozza postale di un treno del tardo pomeriggio per far giungere le foto a Bologna in tempo utile e ciò, essendo gli orari ferroviari molto aleatori, era purtroppo sempre fonte di forti arrabbiature. A volte infatti bisognava salire in macchina e raggiungere la centrale bolognese con la tensione nervosa alle stelle.
Le telescriventi e subito dopo le telefoto furono un toccasana. Da allora in poi si andavano a rastrellare le notizie, quasi sempre col fotografo (Sante Montanari era il preferito) con maggior fiducia di prima sulla buona riuscita dell’operazione. Le notizie? Le solite di routine. Per lo più erano incidenti stradali, incendi, risse, arresti più o meno eccellenti, mostre pittoriche, corse ciclistiche, le immancabili partite di calcio, gare canore, l’inaugurazione di qualche fiera, un comizio, ma era sempre lì, nella redazione–piccionaia (poi trasferitasi in via Merenda, in corso Mazzini e, infine in Via Giorgio Regnoli) che si doveva tornare a scrivere il pezzo o i pezzi e poi a trasmetterli a mezzo della miracolosa telescrivente.
Fin verso gli anni Settanta gli organici nelle redazioni provinciali erano all’osso. Si doveva essere enciclopedici. Bisognava spaziare dalla nera agli sport, dalla cronaca rosa a quella giudiziaria e poi improvvisarsi critici d’arte, di teatro, di letteratura. Insomma bisognava sviluppare al meglio ogni notizia che la giornata ti offriva. Carlo Badini lasciò Forlì dopo tre mesi e fu sostituito dal ravennate Domenico Berardi. Breve sosta anche la sua. Poi ecco il modenese Candido Bonvicini e, nel 1961 Velello Muratori. Io entrai nell’organico della redazione forlivese nel 1968 avendo come capopagina Duccio Lucarini. Era, questi, un figlio d’arte. Suo padre, Ostilio, oltre che noto commediografo e scrittore era stato una delle colonne portanti de Il Resto del Carlino. Duccio aveva assimilato in famiglia un’etica a mezzavia tra l’epicurea e la stoica: un ibridismo che, affiancato dal senso del bello lo portava ad essere un perfezionista. No, Duccio non era un pignolo. Era un capo carismatico, un trascinatore. Rimase a Forlì ben otto anni e, con lui, la redazione forlivese crebbe in prestigio fino a diventare una delle migliori di tutta l’area del Carlino che, allora, andava dall’Abruzzo al Veneto attraversando le Marche e l’Emilia-Romagna.
Il lavoro redazionale di un quotidiano è sempre caratterizzato dalla fretta e il cronista deve lavorare ad un ritmo che, a volte, è al limite della schizofrenia. Il capo deve assolutamente possedere la capacità di saper vagliare la scrittura di tutti gli altri collaboratori e quindi conoscerne i limiti culturali e l’equilibrio personale. Insomma, non deve buttar via il bambino con l’acqua sporca. Deve assegnare i compiti dopo una profonda valutazione delle capacità di ogni suo cronista. Una volta ‘passato’ così, il pezzo può andare tranquillamente in tipografia senza altre verifiche poiché il capo, oltre alle ricorrenti sbavature di sintassi e di ortografia, alla troppa abbondanza di aggettivi, alla retorica e ai ‘fuori tema’ deve aver tarpato le ali ai rampantisti ed ai vogliosi di “scoop” a tutti i costi.
Lucarini il sensazionalismo non lo tollerava nemmeno nei titoli. Dalla sua scuola uscirono professionisti che hanno fatto veramente strada nel giornalismo. Basti pensare ai fratelli Giancarlo e Alberto Mazzuca e a Marino Bartoletti. Duccio fu portato via da Forlì (per curare la Terza pagina) da Spadolini e poi, da Enzo Biagi a Milano. Morì lassù, nella capitale morale d’Italia, a soli 39 anni.
Verso la metà degli anni Ottanta la gloriosa telescrivente venne messa a riposo. Il suo posto venne preso, e lo è tuttora, dal computer. Ricordi? Un’infinità. Chi scorra le cronache riposte nell’archivio della nostra redazione se ne potrà rendere conto. Le firme sono tantissime, da quella di Corrado Moltisanti il corrispondente da Forlì del Giornale dell’Emilia a quella dell’attuale capopagina Andrea Degidi. Quelle dei primi tempi (e mi scuso per le non volute emissioni) sono di Roberto Zoli, Alfredo e Tullo Violani, Giuliano Missirini, Leonello Flamigni, Alfredo Boccioletti, Gianni Mazzoleni, Guido Carduccini, Raffaele Turci. È con Roberto Zoli e poi con Lorenzo Tazzari, Marco Marozzi, Giorgio Corzolani, Ugo Ravaioli, Emanuele Chesi che dalla redazione del Carlino di Forlì si laureeranno i professionisti Luigi Martelli, Alessandro Vespignani, Ettore Morini, Massimo Pandolfi, Enrico Zavalloni. E la storia non è ancora finita.







