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Terremoto, gli esperti: «Le scosse continuano, ma sono nella norma Ora la prevenzione»

Il dopo terremoto

Gli esperti dell’Università Doriano Castaldini e Daniele Brunelli

 

di Valerio Gagliardelli

Gli esperti Doriano Castaldini e Daniele Brunelli
Gli esperti Doriano Castaldini e Daniele Brunelli

Modena, 31 luglio 2012 - Inutile fare domande al terremoto, chiedergli se dopo due mesi ha smesso davvero di farci tremare. Non solo perché una risposta non esiste, ma soprattutto perché è sbagliato rivolgersi a ‘lui’. «Dobbiamo invece chiedere a noi stessi cosa abbiamo imparato da questa esperienza, e se ci rispondiamo ‘ormai è passata, possiamo stare tranquilli’, allora non abbiamo capito proprio nulla».

Forse un concetto un po’ duro da digerire, quello espresso dai geologi Doriano Castaldini e Daniele Brunelli, entrambi docenti del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Modena. Ma arriva da una visione d’insieme, oggettiva oltre che scientifica, che al comune cittadino solitamente può mancare.

A questo punto, dopo due mesi e qualcosa di più, cosa dicono i dati?
CASTALDINI:
«Che questo sisma è in perfetta linea con le leggi matematiche che conosciamo e che sta andando verso la fine della ‘crisi’: il numero e la potenza delle scosse, in costante calo, lo dimostrano. Ma nessuno può dire quando finirà, perché a Ferrara nel 1570 ci sono voluti 4 anni e in altri casi sono bastati pochi mesi».

BRUNELLI: «Si sta spegnendo, i grafici ne mostrano l’andamento assolutamente ‘normale’ e di questo passo in poche settimane non dovremmo più udire scosse, ma stiamo parlando di ‘questo’ specifico evento sismico. E’ vero, in 800 anni è stato il più potente nella nostra area, ma in alcun modo ci è dato di sapere quando ne vedremo altri e di quale entità. Di una sola cosa siamo certi: il nostro territorio ha una struttura ‘viva’. Il terremoto è un suo ‘prodotto tipico’, come lo è il parmigiano, e noi non possiamo più scordarcelo».

Le statistiche, però, lasciano spazio o no all’ottimismo? In fondo è questo che la gente si chiede...
B:
«Ecco la tipica domanda da giornalista... Serve invece uno sguardo più ampio sulla questione: tirare ora un sospiro di sollievo sarebbe un errore gravissimo, che non ci permetterebbe il necessario cambio di mentalità, nelle persone come nelle istituzioni, per uscirne con una coscienza più vicina alla realtà su dove viviamo».

C: «Per anni abbiamo ripetuto che la classificazione sismica della nostra pianura era troppo ‘morbida’, ma i tempi della politica e della prevenzione, che avrebbe permesso una riduzione dei danni superiore al 30% in termini economici, sono risultati ancora una volta inadeguati di fronte a queste tematiche. Anche in tempo di pace, se così si può dire, bisognerebbe sapere come comportarsi durante la guerra. E non vale solo per i terremoti, ma anche per alluvioni, frane e altri eveni naturali imprevedibili».

Il sisma, insomma, ci dovrebbe ‘svegliare’ un po’ tutti?
B:
«Si spera. Siamo a corto di preparazione di fronte alle emergenze. Le istituzioni e la politica lo sono in particolar modo, perché continuano a mettersi in moto solo dopo le catastrofi, mai prima. Penso, ad esempio, ai tanti edifici pubblici crollati con questo sisma: scuole, municipi, caserme. Che in quanto tali, invece, avrebbero dovuto essere costruiti ‘a prova di bomba’, perché punti di riferimenti di un’intera comunità. E lo stesso discorso, in un quadro più ampio, vale anche per la cronica sottovalutazione degli amministratori pubblici di fronte al cosiddetto rischio idrogeologico».

In che senso?
B:
«Nel senso che molto spesso chi progetta un’opera pubblica, che si tratti di una strada o di un muretto, si preoccupa solo di come questa possa reggere a eventuali calamità. Quali conseguenze, in caso di emergenza, possa poi avere quella stessa opera sull’area circostante e sui suoi residenti, non viene minimamente considerato, anche se gli equilibri del territorio subiranno delle ovvie modifiche. Un esempio lampante? La Cispadana. Studiata per essere sicura come arteria, ma del suo impatto idrogeologico sulle zone da attraversare e sugli abitanti nessuno se n’è preoccupato».
C: «A livello di Comuni c’è tanto da fare anche sulla microzonizzazione, che attraverso l’analisi del terreno consente di escludere dalle aree edificabili quelle poggiate su sedimenti inadatti alla costruzione, perché troppo sabbiosi e soggetti al fenomeno della liquefazione. La normativa vigente ha già in sè gli strumenti per applicare le linee guida adeguate, ma ora serve la volontà per farlo e maggiori risorse dedicate alla prevenzione sismica. Il timore è che dopo tanto ‘rumore’ si finisca, tra un po’, per abbassare di nuovo la guardia. Un errore già commesso dopo la scossa con epicentro a Correggio del 1996, un anno fa e a gennaio, quando nel Parmense e nel Mantovano sono state snobbate scosse vicine al 5 originate sempre dalla stessa dorsale padana».

Tra le tante cose che si sentono dire, c’è anche la paura che l’affievolirsi delle scosse sia in realtà un accumulo di energia pronta a riesplodere. Cosa c’è di vero?
G:
«Nulla. Tuttora ci sono decine di scosse sotto il ‘2’ ogni giorno, e ciò significa che l’energia continua a liberarsi in tanti piccoli rivoli che noi non avvertiamo. Fortunatamente sotto noi ci sono centinaia di faglie ramificate e su queste l’energia si distribuisce».                                                                                                                                                B: «Eventi come quelli più recenti avvengono quando una sola faglia si ‘blocca’, accumula perché smette di ‘scorrere’ e poi si ‘rompe’, liberando più energia in un colpo solo. Ogni anno, per effetto delle compressione tra placche, la struttura sotto di noi si accorcia di un millimetro e in genere sfoga la relativa energia in scosse che solo gli strumenti avvertono. Avessimo un’unica faglia, come quella di Sant’Andrea, anche noi dovremmo aspettarci scosse di magnitudo 9. Non so in quel caso come andrebbe a finire in Italia. Anzi, lo so. Ma è meglio non scendere in dettagli...».

Valerio Gagliardelli

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