Trento, 22 giugno 2015 - Nessuno sconto per Vittorio Ciccolini, reo confesso dell’efferato omicidio di Lucia Bellucci (foto), la 31enne di Pergola, bellissima, che dirigeva un centro benessere a Madonna di Campiglio. La Corte d’Assise di Trento, davanti alla quale si è svolta oggi la seconda e conclusiva udienza del processo d’appello nei confronti dell’avvocato veronese che il 9 agosto di due anni fa uccise l’ex fidanzata con un coltello da marines (quattro fendenti, dei quali il primo dritto al cuore), ha confermato la pena che era stata inflitta all’uomo, 47enne, nell’ottobre del 2014 con rito abbreviato: 30 anni di reclusione, equivalenti all’ergastolo dell’ordinario.

Ad emettere la sentenza, un collegio composto da due giudici togati e sei popolari dopo sette ore di camera di consiglio. In aula, uno accanto all’altro, il papà di Lucia, Giuseppe, la mamma Maria Pia e il fratello gemello Carlo, che alla lettura del dispositivo si sono stretti in un emozionante ed emozionato, lunghissimo, abbraccio. Non era presente, invece, l’assassino, rimasto nella sua cella del carcere di Gardolo (località a nord di Trento), da dove un mese fa ha inviato una lettera ai genitori di Lucia, nella quale diceva di provare «profonda vergogna», esprimendo il desiderio di uscire «da una condizione minorata, al cui interno e per la quale ho agito e dalla quale sono stato agito» senza, però, mai chiedere perdono in maniera esplicita per l’atrocità compiuta.

Quel maledetto 9 agosto 2013 Lucia, che dopo la fine della storia con Ciccolini si era rifatta una serenità accanto al suo nuovo amore, il medico catanese Marco Pizzarelli, aveva accettato di avere un incontro chiarificatore con l’ex fidanzato e i due avevano cenato al ‘Mezzosoldo’, un ristorante chic di Spiazzo in Val Rendena, lungo la strada che porta a Campiglio. Usciti dal locale della ragazza non si seppe più nulla, fino al ritrovamento del suo corpo, senza vita, tre giorni dopo a Verona, all’interno della Bmw dell’uomo, parcheggiata in garage. «Per i miei assistiti – sottolinea l’avvocato Giuseppe Galli, che tutela i familiari della vittima, unitamente al collega Francesco Colotti dello studio legale Bongiorno di Roma – quella di oggi è una sentenza liberatoria. Nessuno ridarà loro Lucia, ma almeno giustizia è fatta. Sentenze come questa danno forza alla giustizia e fanno sentire il cittadino tutelato».