Fano, 29 settembre 2017 - Troppo tardi per avere giustizia. Secondo il giudice non ha denunciato le presunte violenze nei tempi (6 mesi) stabiliti dalla legge. Così un 48enne fanese, capo reparto di una fabbrica a Rosciano, finito a processo con l’accusa di aver preteso rapporti sessuali in cambio del posto di lavoro, è stato prosciolto l'altra mattina con sentenza di non doversi procedere per difetto di querela. Non solo.

Per l’imputato (giudicato con rito abbreviato) è caduta anche la seconda accusa, quella di violenza privata, per la quale è stato assolto perché il fatto non sussiste. Davanti al giudice Giacomo Gasparini ha detto che tra lui e quell’operaia che lo ha accusato (una moldava di 40 anni) non c’era mai stata alcuna violenza e che i loro erano stati rapporti consenzienti.

Niente risarcimento quindi per la vittima che, costituitasi parte civile, aveva chiesto 100mila euro di danni. La moldava aveva raccontato di aver subìto 9 anni di ricatti sessuali, dal 2005 fino a luglio 2013. Anni in cui ha detto di essere stata costretta ad avere rapporti col suo capo sotto minaccia di perdere il lavoro.

Avances che lui avrebbe preteso di soddisfare in fabbrica, a casa di lei, in bagno e ovunque ne avesse tempo e modo. Un trattamento che, a dire della donna, il capo avrebbe riservato anche ad altre colleghe. In un primo momento, una delle altre operaie aveva confermato quei fatti, per poi ritrattarli dichiarando che la moldava fosse consenziente. Nel 2013, la donna conosce il suo fidanzato, il quale, messo al corrente della storia, spinge la compagna a querelare. Ma la prima denuncia, dai carabinieri, è del novembre 2014. Dai suoi avvocati arriva invece a gennaio 2016. Il tempo è già scaduto. E ieri il giudice lo ha sancito nella sua sentenza.