Fano, 14 maggio 2017 - «Fai sesso con me o non lavori». Un ricatto a luci rosse che non ha avuto la forza di respingere. A farle la proposta indecente era stato il suo capo. E lei, straniera, classe ’78, poco più che 20enne quando è arrivata in Italia senza famiglia e senza un euro, si era vista costretta a sottostare alle pretese di quell’uomo, un fanese di 48 anni. Il suo corpo in cambio di un posto da operaia in una fabbrica di Rosciano. Un incubo andato avanti per 9 anni, dal 2005 fino a settembre 2014.

Quando, grazie all’amore di un fidanzato italiano incontrato un anno prima, ha trovato la forza di dire basta e di denunciare tutto alle forze dell’ordine. Il suo incubo è ora a processo (con rito abbreviato) per violenza sessuale e privata. All'udienza dell’altro ieri la vittima (che si è costituita parte civile e chiede 100mila euro di risarcimento danni, 50mila come provvisionale) ha raccontato di quegli anni di minacce e violenze. Sul banco dei testimoni, è salita anche una sua amica, anche lei straniera e operaia nella stessa fabbrica e, a quanto dice la donna, anche lei vittima, come pare altre dipendenti, dei ricatti sessuali del capo reparto. La teste (che ancora lavora nella ditta) però ha ritrattato quello che aveva detto in un primo momento, affermando che la collega era in realtà consenziente.

Resta ora la parola della vittima contro quella dell’imputato, anche lui tuttora alle dipendenze dell’azienda fanese. La 38enne ha raccontato di quelle avances, spesso dirette, a volte tacite. Il capo si presentava a riscuotere il suo debito sessuale almeno una volta a settimana. In fabbrica, a casa di lei, in bagno e ovunque ne avesse voglia, costringendola, come si legge nel capo di imputazione «a rapporti anomali, orali e anali». Una volta l’avrebbe portata anche in un locale di scambisti e qui la vittima sarebbe scoppiata in lacrime. Più volte, in 9 anni, la 39enne ha provato a rifiutare quegli amplessi. Non rispondeva ai messaggi o fingeva di non essere in casa quando lui passava. E la ritorsione arrivava puntuale. O la lasciava a casa senza lavoro oppure, se era sotto contratto, la costringeva a turni pesanti. 

Nel 2013 conosce il suo fidanzato. E comincia la sua risalita dall’inferno. L’uomo va a parlare con i titolari dell’azienda, ma non succede nulla. A settembre 2014, la donna lascia il lavoro e due mesi dopo, fa la denuncia ai carabinieri. Sentenza attesa per il prossimo settembre.