Fermo, 13 maggio 2017 - Ieri pomeriggio Amedeo Mancini ha voluto riassaporare la libertà facendo un salto al bar Emilio di Fermo, quello che frequentava insieme agli amici prima della sua odissea giudiziaria. Ed è lì che lo abbiamo incontrato. Imbarazzato, spaesato.
Dunque Mancini le è stata concessa la libertà? 
«Sì, sì, è vero. Il giudice, vista la buona condotta e dopo aver letto le carte, che dicono inequivocabilmente che sono stato io ad essere aggredito con il paletto della segnaletica stradale, ha deciso di concedermi la libertà. L’ho sempre detto che non avevo mai impugnato quel segnale e che, dopo la discussione verbale, ero stato io ad essere colpito per primo. Ora mi auguro che, sulla base delle motivazioni di questa sentenza, tutti quelli che mi hanno additato come un mostro si ricredano». 
Come si sente ad esser fuori dopo dieci mesi da recluso, tra carcere e domiciliari? 
«Un po’ su di giri, ma soprattutto spaesato e confuso. Forse neanche mi rendo conto di quello che sta succedendo: ho quasi paura ad uscire e a guidare. Per arrivare in macchina da casa mia a qui, quindi percorrere circa due chilometri, ci ho impiegato quasi due ore, tanta era la tensione. Ogni cento metri mi fermavo, aveva il timore di andare avanti, poi riflettevo e ripartivo. Ero molto agitato, così come lo sono adesso».
Ora che è libero, quali sono le prime cose che intende fare nei prossimi giorni?
«Non so, ripeto, sono ancora frastornato. Al momento la priorità, se fosse possibile, sarebbe quella di trovarmi un lavoro che mi permetta di pagare i debiti accumulati in questi mesi. L’importante è filare dritto, nel rispetto delle regole giuridiche e sociali. Mi è stata data un’opportunità e devo dimostrare di averla meritata». 
Per lei si prospettano i servizi sociali: dove vorrebbe svolgere servizio? 
«Mi piacerebbe lavorare con i detenuti. Dopo aver fatto quella bruttissima esperienza al carcere di Marino del Tronto, dove sono stato in cella nella zona filtro, ho capito che c’è bisogno di dare di più a chi vive quella realtà. Quando ero lì non aveva nulla e credo che l’appoggio di qualcuno sarebbe stato molto importante. Se non ci fosse la possibilità di operare con i detenuti, in seconda battuta sceglierei l’assistenza ai malati, tipo accompagnarli a fare le terapie e quant’altro. Non me la sentirei invece di fare volontariato nel pronto intervento sanitario. Dopo quello che è accaduto quel maledetto 5 luglio non riuscirei a vedere persone in gravi condizioni o in fin di vita, figuriamoci soccorrerle». 
Ora che ne ha l’opportunità, vuole dire qualcosa, lanciare un appello? 
«Mi piacerebbe che adesso, prove scientifiche alla mano, possa essere creduto anche da chi mi ha reso la vita un inferno. Ho sempre detto la verità, mi sono assunto le mie colpe, ma ora gli inquirenti e il giudice parlano documenti alla mano e dicono che non sono stato io ad aggredire per primo Emmanuel. Le ferite che ho riportato dopo essere stato colpito con il segnale stradale ne sono la prova. Sulla base di tutto ciò è giunto il momento che mi venga restituita un po’ di dignità, che anche chi mi ha accusato duramente mi creda. Per il resto ho capito che la violenza chiama violenza e che è importante tornare a credere in certi valori, in primis nella giustizia, che alla fine ha fatto il suo corso».