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Ferrara

IL DRAMMA DEGLI EX SOLVAY

"Vivo nel terrore di ammalarmi anch'io"

Un ferrarese in pensione dal 1° gennaio: "Avevo pochi contatti con le autoclavi, spero di salvarmi". Il dolore: "Ho appena perso un altro amico"

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Solvay, nuovi impianti Ferrara, 20 febbraio 2008 - «IO? SONO uno dei pochi fortunati ancora in vita e ancora sano. Ma fino a quando?». Trent’anni in Solvay. Una vita vissuta a stretto contatto con chi, a distanza di anni, ex addetti al Cvm della multinazionale belga, si è ammalato o, ancor più tragicamente, è morto di tumore. A.B. (metteremo solamente le iniziali su richiesta dello stesso) dal 1970 al 2000 era impiegato come assistente di fabbrica in Solvay. «Sono stato poco a contatto con le autoclavi — spiega il ferrarese in pensione dall’1 di gennaio — e probabilmente questa è stata la mia fortuna. Ma ancora oggi vivo nell’angoscia che da un momento all’altro possa ammalarmi».


EX COLLEGA. Proprio nei giorni scorsi ha ricevuto la notizia della morte di un ex collega di 59 anni, ricoverato da qualche tempo nel reparto di oncologia dell’ospedale Malpighi di Bologna. «Mi ha chiamato un amico per riferirmi della tragedia. In un primo momento ho stentato a crederci. Poco tempo fa — ricorda — l’avevo visto a passeggio per il centro ed era contento. Poi tutto ad un tratto quella terribile notizia».
L’uomo, da quanto trapelato, era un ex dipendente Solvay deceduto per un tumore. Al momento, va precisato, non è possibile parlare di eventuale correlazione tra le due cose. «Utilizzava pigmenti a piombo — dice il ferrarese —, poi venne trasferito in laboratorio infine in portineria. Poi si ammalò».


«MAMMA SOLVAY». A.B. rievoca gli anni vissuti in Solvay dove tutti parlavano della multinazionale come di una buona mamma in grado di dare qualità alla loro vita. «Ci sentivamo inseriti bene nel gruppo produttivo», ma nessuno gli aveva mai parlato della nocività del Cvm. Erano all’oscuro totalmente. Il cloruro di vinile monomero lo raffreddavano e spesso, addirittura, nelle stesse vasche mettevano angurie o bevande che mangiavano e bevevano per conservarle fresche. «Ero molto giovane — ricorda ancora — e ricordo che per tanti ex colleghi la situazione diventava giorno dopo giorno sempre più drammatica. Capitava di frequente che ci fossero rotture e fughe di gas».


SCIA LETALE. Spesso gli operai respiravano quegli odori e per individuare il punto esatto della perdita ne seguivano la scia inalandola completamente. «Ci dicevano di stare tranquilli perchè tutto era sotto controllo — riprende —, ma con il tempo aumentava la consapevolezza che qualche cosa di grave stava per accadere». Oggi A.B. è una delle 60 persone che si è rivolta all’avvocato David Zanforlini e, in un eventuale processo nei confronti degli ex dirigenti Solvay, si costituirà parte civile. «Sono in perfetta salute — dice A.B. — ma vivo nel terrore. Nella paura che mi venga un brutto male prima o dopo. Sempre sotto stress, ogni giorno, ogni ora. E la preoccupazione aumenta nonostante sia sempre controllato e mi sottoponga a visite accurate».


L’INCHIESTA. Per tutte le posizioni analizzate con perizie e consulenze non vi sarebbero elementi certi per attribuire responsabilità penali. Rimarrebbero solo due casi per i quali l’ipotesi di lesioni colpose sarebbe sostenibile in giudizio. «L’inchiesta? Ci credo poco che venga fatta giustizia. Penso — chiude con amarezza — che tutto quanto finirà con la prescrizione».

di Nicola Bianchi










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