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IL PERSONAGGIO

Franco Farina, 80 anni per l'arte

Tanti ricordi nello studio di corso Ercole I d’Este nel cortile interno del Palazzo dei Diamanti. Il suo merito è quello di aver reso percepibile ai visitatori la complessità delle forme con cui si manifesta l'arte contemporanea

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Franco Farina Ferrara, 14 maggio 2008 - A DISTANZA di anni alcuni spazi fisici rimangono tanto vivi nella mente da cambiare quasi il loro stato di esistenza e da proporsi ogni volta come fossero reali. Non esistono più o, meglio, non esistono più in quella forma in cui si ricordano eppure hanno un’evidenza straordinaria, una forza viva e concreta.
 

 

E’ proprio in uno di questi luoghi della mente che, oggi, vorrei portare il lettore per festeggiare gli ottanta anni di una persona amica. In corso Ercole I d’Este, al numero 21, nel cortile interno del Palazzo dei Diamanti, coperto in parte da un muro laterale, esiste l’ingresso ad un mezzanino di pochi, piccoli ambienti.
 

 

Qui Franco Farina ha tenuto per decenni il suo studio. E’ una sorta d’ambientazione post moderna con molte provocazioni visive accattivanti. Una piccola immagine oleografica, posta giusto in faccia di chi guarda il padrone di casa, ha una provocazione maggiore di molte altre opere sparse intorno. E’ anche questo un modo di accogliere il visitatore con quel tanto di scanzonato snobbismo che serve a valorizzare altre forme di comunicazione. La poltrona su cui si viene fatti accomodare, ha l’aria di una ‘trouvaille’ d’altri tempi e di ben altri trascorsi. Eppure su di essa si sono accomodati personaggi politici di primaria importanza, collezionisti famosi, galleristi internazionali, artisti indimenticabili.
 

 

Tutto il mondo della politica e dell’arte vi ha trovato accoglienza, perché Franco non è solo un dirigente comunale ma è anche uno dei maggiori organizzatori di attività espositive in Italia, almeno partire dagli anni Settanta. Questo lo dice anche Renato Barilli e credo che si possa solo essere d’accordo con il critico d’arte bolognese. Tra le quattro mura di questo ufficio Ferrara diventa un polo di riferimento nella gestione delle arti, in tutte le forme in cui essa si presenta nel mondo contemporaneo.
 

 

Il bicchiere di champagne che viene offerto, fa parte del rituale di accoglienza. Usiamolo ora in veste augurale per il festeggiare il padrone di casa. Mentre il ‘perlage’ si attenua di quel tanto che serve ad una giusta degustazione, resta il tempo di fare qualche riflessione. Velocissima, certo, anche la temperatura ha sue regole da rispettare.
 

 

Non ho conosciuto Farina come assistente del professor Medri, ma ho ben presente la mostra di Boldini nell’estate-autunno del 1963. Sono stato uno dei cinquantaquattromila visitatori che hanno percorso le sale di casa Romei, tappezzate per l’occasione di raso turco per ambientare il mondo belle époque che fuoriusciva impetuosamente dalle tele. Sicuramente troppo frivolo per le severe strutture tardo medievali di quell’edificio.
Boldini era citato appena dai testi scolastici. L’educato scambio d’amabilissime battute velenose tra un’insegnate di storia dell’arte, che accompagnava la classe, ed Emilia Cardona Boldini a proposito dell’opera del pittore, la dice lunga su quanto cammino restasse ancora da fare a chi volesse gestire uno spazio pubblico e fare un’azione di promozione e di conoscenza delle arti. Quella di casa Romei credo che sia stata l’unica mostra ‘fuori sede’; i ‘Diamanti’ sono diventati il polo centrale di questo meccanismo di trasmissione culturale.
 

 

Al pianterreno del Palazzo dei Diamanti, dove ora si fanno le esposizioni-avvenimento, si poteva visitare la galleria dell’arte moderna. Era un ambiente quasi buio con statue di Minerbi come primo impatto e uno sgranarsi di quadri molto ossidati, qualche opera di Previati o di Mentessi, un solo De Pisis. Ci sono andato più volte in un’assenza quasi totale di visitatori. Ero affascinato dagli acquerelli di Alberto Pisa, sapevo indovinare l’ordine delle pennellate e la diluizione dei pigmenti nell’acqua. (Ognuno ha le proprie malinconie!).
In fondo al cortile sulla sinistra le tre sale un tempo della società promotrice delle belle arti ‘Benvenuto Tisi da Garofalo’ ospitavano il Museo Boldini. Custodivano i lasciti testamentari del pittore alla sua città natale.
La gestione di Franco Farina ha dedicato tutti gli spazi del pianterreno alla modernità ed alla contemporaneità. Qui sono passati artisti come Vedova, Guttuso, Masson, Baj, Schifano, Vespignani, Matta, gli artisti americani della Pop Art, tanto per citarne alcuni. Sono state organizzate retrospettive di ferraresi come Previati e Mentessi ma anche esposizioni di qualcuno che con Ferrara ha avuto rapporti non neutrali. La mostra ‘I De Chirico di De Chirico’ è da ricordare duplicemente: per la qualità delle proposte (erano opere provenienti dalla casa dell’artista) e perché segna una linea di attenzione verso un filone di mostre successive. Si passa dalle sollecitazioni del movimento metafisico sino alle contaminazioni del surrealismo, della nuova oggettività per approdare alla costituzione del Museo documentariodella Metafisica. Primo museo virtuale ora non più esistente.
 

 

Ormai occupati tutti gli spazi al numero 21 di Ercole I d’Este, bisogna ‘colonizzare’ quelli di Palazzo Massari, altro gran contenitore di proprietà comunale che si trova di là dal crocicchio rossettiano. Posso immaginare appena cosa avranno potuto sacramentare gli artisti fatti sgombrare dai loro studi che affacciavano sul cortile interno e sulle verdi luci di Parco Massari. Chi la dura la vince! Nascono a nuova vita il museo Boldini, il museo dell’Ottocento ferrarese e la galleria d’arte moderna, ma anche altre realtà. Il Padiglione d’Arte Contemporanea, il Centro delle Arti Visive, il Museo documentario della Metafisica, le sale Massari 1, 2 e 3, la Galleria della Fotografia, la saletta delle proiezioni. È un modo per sottolineare la complessità delle espressioni del mondo dell’arte e per rendere visibili personalità magistrali oppure altre ancora emergenti.
Le pezze di raso turco, conservate dalla mostra Boldini di casa Romei, tornano ora a tappezzare gli ambienti del nuovo museo. I mobili sono un deposito degli Orfanotrofi e Conservatori ed arredano ora le sale. Il mestiere del direttore di galleria deve essere anche un po’ capace di creare quel tanto di allestimento necessario a favorire un approccio all’arte. Il museo-ambiente è anche un aiuto dato al visitatore per comprendere meglio l’opera che guarda. Maestri acclarati, fondamentali per la storia dell’arte contemporanea, come De Chirico, Burri, Fontana, stanno accanto ad altri meno famosi ma altrettanto importanti per segnare un cammino. Ci sono spazi per le proposte dei giovani artisti così da dare una visibilità al ‘mare magnum della speranza’.
 

 

La strategia adottata non è quella di sposare una corrente o di farsi militante ad oltranza di un movimento ma piuttosto di far compiere al visitatore un’esplorazione a 360 gradi della creatività dell’arte contemporanea. La linearità è scalzata dalla complessità in un proliferare di esperienze e di voci. Il curricolo di un artista trova nel passaggio delle attività ‘dei Diamanti’ un segno distintivo di qualità, la garanzia di un percorso attuato nel rispetto dell’arte. Compito di un direttore di galleria è, secondo Farina, quello di essere un bravo manager, un sapiente organizzatore e non mettersi a fare il critico d’arte e lo scrittore di cose d’arte.
 

 

Gli amici degli amici sono nostri amici. Un breve flash ancora. Nel 1992 la mostra di Chagall. E’ una sequenza d’immagini ed una rete di rapporti intessuti con un altro Franco presente in città. Franco Patruno è il referente amicale e non solo di molta attività proposta. Le opere di Chagall esposte a Casa Cini in contemporanea all’esposizione dei Diamanti mi sembrano un piccolo tassello indicativo dei rapporti tra i due e del desiderio di entrambi di incontrare altre voci all’interno della città a difesa e promozione dell’arte. «Monsignore» era l’epiteto con cui Farina si rivolgeva a don Franco da sempre e molto prima che, in effetti, lo divenisse. La combinazione tra i due era sempre creativamente esplosiva, fatta di cenni piuttosto che di lunghe argomentazioni. Non era necessario tra loro completare i discorsi, entrambi arrivavano subito come a leggere nel pensiero l’uno dell’altro.
Alziamo dunque la flûte. Buon compleanno Franco. Grazie anche a nome dell’arte. Cento di questi giorni.

 

di Gianni Cerioli

 

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