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PROCESSO ALDROVANDI

"All'arrivo dei carabinieri Federico era vivo"

Per la prima volta sono stati sentiti i poliziotti che intervennero all'Ippodromo la mattina del 25 settembre: emergono nuove versioni sulle pistole, sulla rottura dei manganelli e sui tempi degli interventi

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Processo Aldrovandi Ferrara, 27 giugno 2008 - HANNO parlato per la prima volta dopo quasi tre anni fornendo la propria versione dei fatti (contestatissima da accusa e parte civile) avvenuti in via Ippodromo all’alba del 25 settembre 2005 quando morì Federico Aldrovandi. Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto, facevano parte delle due volanti - l’Alpha tre e l’Alpha due - intervenute per calmare «una persona che sbatteva la testa contro un palo».

IN VIA IPPODROMO arrivò per prima l’Alpha tre del capo pattuglia Pontani condotta da Pollastri. Tutti e due erano in Questura da poco rientrati da un intervento in via Aldighieri in ausilio alla Due. «Siamo partiti senza i segnalatori di emergenza — ha spiegato Pontani al giudice Caruso —, di queste note in 15 anni di lavoro ne ho sentite tante». Durante il percorso la voce di Bulgarelli dalla centrale operativa sollecita il loro intervento. La volante arriva al parchetto veloce, «abbiamo cominciato a sentire delle urla, frasi sconnesse». Si accendono i segnali luminosi blu. Le 6, è ancora buio. All’improvviso dal parco «sbuca una persona, dà due calci al paraurti anteriore sinistro dell’auto». Pollastri, d’istinto, fa una breve retromarcia. Pontani lo blocca, «provo a calmare questa persona». Federico «faceva salti su sè stesso, aveva gli occhi fuori dalla testa». Era «scuro, pensavo un extracomunitario». Ciò che lo sconvolge di più «era il suo collo taurino». Il giovane «gridava ‘basta, voglio di più, Stato di merda, non mi basta questo’. Poi ha fatto un balzo fulmineo sulla macchina e ha sferrato un calcio contro il mio volto. Mi sono girato di spalle e sono riuscito ad evitarlo».

‘ALDRO’ PERDE l’equilibrio e «finisce a cavalcioni sulla portiera cadendo a terra». Poi, ha continuato Pontani, «come se nulla fosse, quasi rimbalzando, si è rialzato e mi ha aggredito con calci e pugni». L’assistente capo riesce ad evitarli e lo cinge alle spalle: «Era una furia scatenata, mi spostava. Ho chiesto aiuto al mio autista. Il ragazzo e io siamo caduti a terra, lui sopra di me. Mi sono sentito toccare la pistola, ho avuto paura che me la sfilasse dalla fondina. Pollastri non riusciva a tenergli le gambe». I poliziotti rientrano sulla volante e chiamano i rinforzi.

LA PORTA di Pontani non si chiude più. «Afferro il microfono della radio e chiedo ausilio alla centrale. Il ragazzo nel frattempo si era alzato, calciava la macchina, si era avvinghiato alla maniglia della portiera e io cercavo di tenerla chiusa. Gridava, sembrava volesse mangiarmi la testa. Non ho mai visto una cosa del genere». La Tre fa retromarcia, si gira, arriva davanti al cancello dell’ippodromo. Pollastri richiede ausilio: «Oh, arrivano gli altri?». In quel momento ecco i lampeggianti della Due con Segatto e Forlani. Proprio quest’ultimo, con un paio di strattoni, apre la porta rimasta bloccata e ‘libera’ Pontani. «Gli ho detto di fare attenzione e di mettere via le pistole», ancora quest’ultimo. Forlani dice due volte a Segatto di aprire il baule per lasciare le armi, tutti e quattro i poliziotti afferrano gli sfollagente e si distanziano.

FEDERICO, intanto, esce dal parchino e punta la donna. Pontani si frappone, nasce la seconda colluttazione. «E’ partito con un calcio al volo verso di me, non mi dava tregua, era una furia». Il 18enne viene circondato, colpito alle gambe con i manganelli per atterrarlo. «Pollastri per difendersi da un calcio del ragazzo è rimasto con il moncone dello sfollagente in mano». Rotto. Forlani aggancia Aldro, entrambi cadono. Si spezza un secondo ‘bastone’. Il giovane è a pancia in sù, Forlani riesce a bloccargli il braccio destro, Pontani il sinistro. Segatto gli è sui piedi, «è stata colpita alla pancia», mentre Pollastri riesce ad infilargli una manetta. Passano i secondi e Federico viene girato a pancia in giù, entrambe le manette ai polsi.

«A QUEL PUNTO per riuscire a contenerlo è bastato poco, abbiamo appoggiato le mani sulle sue spalle». Arrivano i carabinieri, «il ragazzo respirava». Ecco i sanitari. «All’inizio sembrava tutto normale, eravamo tranquilli, invece poi i medici hanno cominciato ad agitarsi e dopo 15-20’ ci hanno detto che era morto». L’azione sua e dei colleghi, ha precisato Pontani, era mirata al contenimento del giovane, escludendo che lo stesso sia stato colpito con calci alla testa: «Se qualcuno dei miei colleghi avesse commesso qualche scorrettezza sarei stato il primo a intervenire. Abbiamo una deontologia, non scendiamo in strada per combattere. Eravamo intervenuti per prestare aiuto, abbiamo agito in maniera esemplare, quella l’azione che andava fatta». Quando era ammanettato, Aldro «dava l’impressione di una persona assopita, pronta a riprendersi». Federico, ha specificato l’imputato, non avrebbe mai proferito parole, smentendo quanto detto da alcuni testimoni e il capo di imputazione. «Le sue erano urla e ringhia, non ho mai sentito invocazioni di aiuto o conati di vomito».

 

di NICOLA BIANCHI










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