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LETTERA DAL CARCERE

"Figlie mie, non avrei mai voluto procurarvi dolore"

Domenica 26 agosto 2006 Alberto Finessi ammazzò con 17 fendenti la moglie Cristina Bigoni nella loro abitazione di via Valle Mandura a Lagosanto. Ora scrive alle figlie per fare loro gli auguri di compleanno

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Omicidio di Lagosanto Ferrara, 3 luglio 2008 - «L’AMORE non ha frontiere, non conosce confini, non si lascia sopraffare dall’odio e dal rancore. La rabbia, l’ira, la collera, non avranno il sopravvento sui nostri sentimenti, sui nostri valori». La calligrafia in stampatello su un foglio a righe è quella di un uomo, di un papà, consapevole del grave reato commesso, l’aver tolto la vita alla moglie in una maledetta domenica di fine agosto di due anni fa. Un delitto atroce commesso quasi davanti agli occhi delle loro due «bambine» che venerdì compiranno 17 anni. Il loro babbo, Alberto Finessi, non ha mai smesso un attimo, chiuso a chiave nella sua cella del carcere di via Arginone, di pensare a loro, a Gaia e Cecilia. E oggi, a pochi giorni dalla loro festa di compleanno, scrive una lunga lettera, tanto commossa quanto drammatica, dedicata ad entrambe.
Il 26 agosto 2006 Alberto Finessi ammazzò Cristina Bigoni con 17 fendenti, il 15 maggio 2007 in primo grado venne condannato a 16 anni, pena ridotta a 14 anni e 6 mesi il 2 aprile in appello.

LA LETTERA L’amore, scrive Alberto, 52 anni di Lagosanto, rivolto alle ragazze, «è preghiera. La preghiera è energia, è farsi guidare dal proprio cuore, laddove alberga la nostra fede, la nostra umiltà. Non è e non sarà facile dimenticare, ma sono tanti quelli che credono e che sostengono il vostro futuro, il vostro percorso (anche dietro le quinte). Non abbassate mai la guardia e se vi capita di cadere, rialzatevi e proseguite a testa alta il vostro cammino».
E’ ben consapevole, e lo sottolinea nella missiva, di non poter «vantare pretese, vantare diritti». Con «dolore e consapevolezza pago il dazio della mia idiozia, senza rinnegare la nostra storia, i sacrifici che insieme abbiamo affrontato e condiviso nei vostri primi 15 anni di vita».
Il suo pensiero, sottolinea Finessi, «non è frutto di manie di protagonismo, non era tra i miei progetti di uomo, di padre, procurarvi quell’irrefrenabile dolore, bensì l’abnegazione di credere che non farete parte del mio immaginario personale, di un torbido ricordo, ma dell’espressione viva di un amore irriducibile che c’è in noi. Non mollate mai». Firmato, «un papà dall’Arginone».

GLI AUGURI Già lo scorso anno, per i 16 anni delle figlie gemelle, Alberto scrisse una lettera per gli auguri. Ma Gaia e Cecilia - che il 26 agosto 2006 trovarono la mamma morta in bagno e il padre fuggire insanguinato - da quel giorno hanno chiuso la porta e di quel babbo non ne hanno più voluto sapere. Anche dopo che alcuni detenuti scrissero alla nostra redazione giurando che l’uxoricida si era pentito e voleva un giorno rivederle. Nulla.
Le due ragazze, all’indomani della condanna di primo grado del genitore, inviarono una durissima missiva al nostro giornale per manifestare «il nostro profondo sconforto per la mitezza della sentenza di condanna». Ma soprattutto per ribadire la «speranza di non rivederlo mai più». La sofferenza e il dolore «che il signor Alberto Finessi (che non chiamarono mai papà, ndr) ci ha procurato, non possono essere risarciti in alcun modo e sino ad oggi sono stati leniti esclusivamente dall’amore materno su di noi riversato dalla famiglia di nostra mamma e in particolare dagli zii Cesella e Antonio». L’ultima frase di quelle 20 righe fu quella più dura: «Lasciamo il signor Alberto Finessi — chiusero Gaia e Cecilia — ai propri fantasmi, nella speranza di non rivederlo mai più».

PERDONO Nonostante questo, quel «papà dall’Arginone» non si è mai arreso alla speranza, un giorno, di poterle riabbracciare. Ciò che ha fatto, l’aver privato loro dell’amore della madre, è un qualche cosa di orribile. E lui, Alberto, lo sa molto bene. Ha pagato, sta pagando, pagherà ancora tanto, e a lungo, rinchiuso tra quelle quattro mura del suo inferno. Ciò che chiede ora non è pietà e tantomeno clamore ma semplicemente la possibilità di tenere vivo un sogno.

di NICOLA BIANCHI










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