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L'OMICIDIO DI CODIGORO

Sparò al figlio: "Non era in grado di intendere e volere"

Vincenzo Fabbri puntò l'arma contro il figlio nell'ottobre scorso. Ora la discussione dei periti, mentre l'udienza ci sarà il 20 novembre

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pistola Ferrara, 8 ottobre 2008 - GLI PUNTÒ la pistola alla tempia e fece fuoco. Da una parte il padre, dall’altra suo figlio. Una tragedia, quella che nell’ottobre dell’anno scorso ha coinvolto la famiglia Fabbri di Codigoro, rievocata ieri nell’aula del gup Piera Tassoni (pm Angela Scorza) dove si è presentato nuovamente Vincenzo Fabbri, 54 anni, ancora agli arresti domiciliari con l’accusa di omicidio volontario premeditato nei confronti del figlio Marco, 29 anni.

PERIZIE CONTRO In camera di consiglio si è discusso a lungo delle conclusioni di Amedeo Ciccotti, consulente di parte della famiglia, chiamato a valutare se Vincenzo, al momento dei fatti, fosse o meno in grado di intendere e volere. Secondo il perito, l’unico imputato della vicenda quando ha sparato al figlio lo era parzialmente. Un atto, ha spiegato, che sarebbe stato motivato da un qualche cosa di patologico. «Non ne potevo più, ero esasperato e la situazione era diventata da tempo insostenibile», disse in lacrime il 54enne durante l’interrogatorio di garanzia. All’origine di quell’insano gesto le continue litigate per via del lavoro che, nonostante i quasi 30 anni del figlio, ancora non c’era. E poi le pressanti richieste di denaro ai genitori, fino a quei trascorsi del ragazzo in ambienti poco affidabili.
Di parere opposto la conclusione a cui è arrivato il dottor Andreani, consulente tecnico del giudice, il quale ha sostenuto che l’omicida al momento dei fatti era in grado di intendere e volere e che il suo gesto non può essere ricondotto ad una situazione patologica, nè tanto meno ad un disturbo della personalità.

CALIBRO 38 Martedì 16 ottobre 2007 l’ultimo scontro tra padre e figlio. Alle 14,30 i due si ritrovarono faccia a faccia nella sala di casa, la mamma era ancora al lavoro. Gli animi si scaldarono ben presto fino a quando Vincenzo tirò fuori il revolver calibro 38, regolarmente denunciato e di proprietà dell’anziano babbo Giulio, lo puntò alla testa di Marco e sparò un colpo. Il proiettile trapassò la testa del giovane (che morì dopo quattro giorni di agonia) fino a conficcarsi in un muro dello stabile. Terrorizzato per quanto fatto, il geometra 54enne impiegato all’Ausl, si incamminò verso la caserma carabinieri di Codigoro per costituirsi.

RITO ABBREVIATO La difesa di Vincenzo Fabbri (gli avvocati Sergio Pellizzola e Davide Seren) a maggio ha presentato istanza di abbreviato condizionato all’espletamento di una consulenza medico legale per poter accertare le capacità del 54enne al momento dei fatti. I periti inoltre dovevano dire se l’imputato è oggi socialmente pericoloso e se è in grado di presenziare al processo. Per entrambi i consulenti non è ritenuto un soggetto pericoloso.

SOLIDARIETA’ Tutta Codigoro rimase sconvolta da quella vicenda e si mobilitò per ‘testimoniare’ a favore di Vincenzo nel tentativo di chiedere una giustizia che tenesse conto di quanto dovette subire quel genitore, ma al tempo stesso esprimere ad un amico ed una persona benvoluta da tutti solidarietà e sincero affetto. Da quel tragico 15 ottobre, la maggior parte della comunità codigorese ha lanciato una petizione intitolata ‘Una firma per Vincenzo’ «per ricordare a tutti — dicono gli amici — l’alto profilo morale di quest’uomo oggi agli arresti domiciliari». Prossimo passaggio in aula il 20 novembre quando è attesa la sentenza.

di NICOLA BIANCHI










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