Nelle arringhe la difesa respinge le accuse: "Non c'è nessun nesso con la condotta dei poliziotti. Certe invece le droghe assunte e l'agitazione". Ora si attende la sentenza
Ferrara, 1 luglio 2009 - L'ultimo giorno. Quello più lungo, quello delle difese. L’ultima tappa di un discorso lunghissimo, vecchio di anni. L’ultimo prima della sentenza che, con ogni probabilità, arriverà lunedì sera, 6 luglio 2009. A quasi quattro anni da quella giornata che ha cambiato la vita di una famiglia, di un ragazzo, di quattro poliziotti e forse anche di una città e di una comunità intera.
Il caso Aldrovandi sta per arrivare a sentenza: lunedì il giudice monocratico Francesco Caruso ascolterà le repliche (sicuramente parleranno le parti civili; molto probabilmente interverranno gli avvocati difensori; non è scontato invece che chieda di nuovo la parola il pubblico ministero Nicola Proto) e, se si terminerà in tarda mattinata, si riunirà in camera di consiglio per una delle più importanti decisioni della carriera, che arriverà probabilmente nel pomeriggio o in serata.
Ricordiamo che anche l’altro giorno erano intervenuti altri due avvocati difensori che avevano chiesto al giudice Francesco Caruso un "giudizio sereno e distaccato", perché come dicono i grandi giuristi si può dare "con testa fredda anche in un ambiente caldo".
Nel giro di una settimana, quindi, si arriverà a mettere la parola fine in primo grado al processo sulla morte di Federico Aldrovandi, che dal 25 settembre 2005 a oggi ha visto susseguirsi polemiche e veleni, ed è giunto ormai all’ultima e più importante tappa. Attesi lunedì molti ragazzi del comitato, amici ma anche parenti e colleghi degli agenti di polizia che si trovano a giudizio.
La voce è netta, decisa come un coltello che fende un panetto di burro: "Nessuna compressione. Nessuna botta sulla testa. Nessun calcio. No, no, no. Sì invece alla Eds (excited delirium syndrome, ndr) o all’assunzione di droghe quale autonomo fattore causale della morte di Federico Aldrovandi". Batte due volte il pugno sul tavolo, Michela Vecchi, avvocato del pool difensore dei quattro poliziotti a processo con l’accusa di eccesso colposo. "E’ oggettivamente impossibile ricostruire la causa della morte di Federico. A noi serve la scienza, tutto il resto è ciarpame", dice utilizando il termine tanto caro alle cronache degli ultimi tempi. E poi cita Francesco Carrara: «Concretezza e immediatezza della contestazione sono cardinali in uno stato di diritto".
Tutto questo per dire che è "da un approccio metodico e sistematico come quello difensivo, poggiato sui fatti", che un giudice terzo "si deve basare". Vecchi ripete come un mantra che "la mistificazione delle carte processuali è stata fatta da qualcuno dei contraddittori" e soprattutto che «la confusione non giova a chi dice la verità". Un motto per urlare al mondo intero, con la veemenza di chi questo processo lo ha sedimentato «per anni nell’anima, con sofferenze anche fisiche», che «la colluttazione tra Aldrovandi e gli agenti non cambia nulla». Le richieste a 3 anni e otto mesi, per Vecchi, sono spropositate e ingiuste. Motivo? L’accusa si basa sulle risultanze del professor Thiene: ma la teorie Thiene "è incompatibile con le risultanze di fatto".
Otto ore di passione e decisione tutte incentrate su tre punti: l’individuazione di un nesso di causa in relazione alla morte di Aldrovandi e la condotta degli agenti; l’eccesso colposo nell’adempimento del dovere; e la ricostruzione degli orari. Otto ore in cui, come un fiume, Vecchi cerca di piegare anni di perizie. L’avvocato sottolinea come l’accusa ponga in alternativa alla "teoria della Eds che noi difensori sposiamo» la teoria di un "arresto cardiocircolatorio causato dalla compressione e da un’azione violenta sul cuore da parte degli agenti, come indicato dalla consulenza di parte civile del professor Thiene" che ravvisò — soltanto nelle ultime fasi del processo — un ematoma sull’organo cardiaco del ragazzo, ma solamente dalle fotografie scattate durante l’autopsia. "Consulenza questa — dice la Vecchi — che poggia sul nulla, tanto che l’accusa sposandola ha scartato le conclusioni dei periti della procura e del gip". Un modo per sottolineare il paradosso che tutte le consulenze dell’accusa e quelle del giudice terzo "non sono state usate come prova d’accusa nella requisitoria del pm". Ma sono diventate elementi di riscontro per le difese stesse, quando si è parlato di droghe e della incidenza che avrebbero potuto aver direttamente sulla morte del ragazzo.
Proprio a Vecchi tocca l’ingrato compito di parlare delle droghe: "Che Federico avesse assunto sostanze è un dato di fatto. Sono le consulenze tossicologiche della medicina legale di Ferrara a indicarne la presenza". Ma questo, per il legale, è in secondo piano rispetto a un altro dato certo, come spiegò il consulente di parte (difensiva) professor Giron: Federico quella mattina era in uno stato di agitazione psicomotoria. «C’e’ un ragazzo che dà in escandescenza e sbatte dappertutto», è la testimonianza di una donna (Chiarelli) usata ad hoc da Vecchi in aula. Escandescenza tale — sotto l’effetto di droghe — che impedì al giovane di controllarsi e controllare le reazioni, "addirittura di percepire il dolore durante lo scontro con la polizia, quando saltò sul cofano dell’auto e cadde con le parti intime sulla portiera».
Secondo Vecchi le lesioni riscontrate alle parti intime non sono il segno "di calci". Il succo è che per l’avvocato "gli agenti seguirono i regolamenti» e c’è un vuoto provatorio "sulla loro azione di sormontamento o compressione ai danni di Federico". I manganelli? "Non si sono rotti per le lesioni subite da Federico" e sono "stati usati solo per colpire alle gambe il ragazzo, per destabilizzarlo". E la superiorità numerica (4 contro uno)? "Era a tutela anche del fermato: c’era una precisa distribuzione di ruoli. Uno a ponte, uno che blocca il braccio, l’altro seduto sui piedi». Dopo l’ammanettamento quindi, per Vecchi, "non è accaduto nulla, non c’è stata alcuna compressione, nessun’azione". Le possibilità da vagliare sono quindi quella della Eds, la patologia comportamentale indicata dai periti superpartes e fatta propria dalle difese come causa della morte, o della droga. Punto e a capo.
E la teoria Thiene, con la compressione del fascio di His? "Una ricostruzione criticabile che ha fatto deragliare il processo e che soprattutto si basa solo su una foto. Un’immagine bidimensionale e col riflesso di un neon in cui ognuno vede quel che vuole vedere A oggi è impossibile individuare le cause certe della morte, il che non rende identificabile la catena causale che ha portato alla morte. E se non viene raggiunta la prova certa, per il principio del ragionevole dubbio, il giudice non può condannare".
di Valerio Baroncini
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