Ferrara, 19 luglio 2017 - Una cartolina dalla Terra, per raccontare a chi è lontano da qui, in un altro dei mondi possibili, quello che accade nel nostro. Il senso della realtà. Piccole e grandi cose, così le relazioni di coppia come gli intrighi internazionali, e poi i tamburi come le melodie che attraversano il mare e incontrano altri mondi, altre storie, altre vite. Il tutto condensato in un album, Terra appunto, che finalmente arriva in tour anche a Ferrara. Nella città in cui tutto è iniziato, Vasco Brondi e le sue Luci della centrale elettrica suoneranno stasera nel cortile interno del Castello Estense (alle 22.15. Inizio della serata alle 21.15 con Colombre).

Come è arrivato a Terra? Quali influenze hanno caratterizzato quest’ultimo suo lavoro?
«L’idea era quella di fare un disco che fosse come una sorta di cartolina da spedire nello spazio da me e dall’Italia di adesso, come se fosse un modo di presentarsi a chi non sa niente di questo posto e di questo tempo. Per questo mi viene da definirlo un disco etnico ma di un’etnia immaginaria che è quella italiana di adesso, la nostra identità in transizione. Musicalmente si mischiano tamburi africani e melodie balcaniche, distorsioni e canti religiosi, techno araba e ritmi sudamericani. Il tutto in modo filologicamente sbagliato. Non è un disco di world music, ma è un racconto corale, la realtà che c’è guardandosi dentro e attorno».

Come si collega, se si collega, ai suoi dischi precedenti?
«Quando inizio un nuovo lavoro cerco di essere il più aperto possibile, non mi impongo una direzione o un’altra. Quindi potrebbe succedere ma anche in quel caso sarebbe un’evoluzione, non un tornare indietro. La cosa importante che sento per ogni disco è quella di togliere uno strato in più da me e andare più nel profondo». 

Il disco sembra avere – a suo modo – una particolare spiritualità. Che sia quella fluorescente delle Seven Magic Mountains rappresentate in copertina o quella più quotidiana del «è un superpotere essere vulnerabili» cantata in Qui, cosa emana Terra?
«Non so se si tratta di «spiritualità», volevo parlare più che altro della realtà, del presente. Di quello che c’è attorno a me e dentro di me. Di uscire da quella corsa senza senso e senza fine di obiettivo in obiettivo che tendiamo ad imporci anche da soli. Forse è senso della realtà, l’idea che l’importante non è raggiungere una meta, ma camminare piano verso quella meta. Forse più che di spiritualità parla di libertà, ma non la libertà confusionaria di fare qualunque cosa a caso, ma la libertà di essere come si è». 

Qual è il fascino discreto di Ferrara per lei? E quello indiscreto?
«A me piace stare a Ferrara anche perché qui la mia identità non è sempre legata al lavoro che faccio, posso evitare di parlare di musica anche per due mesi di fila. E qui la percezione degli altri nei miei confronti fortunatamente non è cambiata più di tanto, anche se faccio questo strano lavoro e con Le luci della centrale elettrica suoniamo davanti a migliaia di persone ogni sera. Qui molti mi riconoscono di più perché ho fatto per anni il barista al Korova, ed è una cosa che apprezzo molto. Per me è il posto perfetto per scrivere e per raccogliere le idee e dopo tanti anni che vivo qui non mi sono ancora abituato alla bellezza di questa città».

Vasco, visto che è estate: un libro e un disco da consigliare sotto l’ombrellone (o stesi sul divano con il ventilatore acceso).
«Verso la foce di Gianni Celati, un libro ambientato da queste parti che ha contribuito a rendere leggendaria una parte di Emilia dove sembrava non dovesse succedere mai niente. È il diario del suo viaggio a piedi da qui fino al mare. Il disco che consiglio è della cantante libanese Yasmine Hamdan, suoneremo sullo stesso palco a Torino il giorno dopo del concerto a Ferrara e per me è stata anche una fonte di ispirazione per questo disco. L’ho scoperta in un film di Jim Jarmush, Only lovers left alive, dove canta una canzone bellissima e struggente».