Ferraa, 12 ottobre 2017 - Il suo nome, nei secoli, è stato più volte accostato a quelli di Caravaggio, Tintoretto, dei Carracci. Il suo discorso pittorico lo ricollega ai suoi contemporanei come Guercino, Guido Saraceni, Lanfranco e Guido Reni. Eppure, complice la sorte, il nome di Carlo Bononi è stato sempre più relegato, nascosto, dimenticato. Nasce per questo, «come un dovuto risarcimento», la mostra ‘Carlo Bononi. L’ultimo sognatore dell’Officina ferrarese’, che da sabato e fino al 7 gennaio prossimo sarà possibile visitare nella città estense, a Palazzo dei Diamanti.

Sarà infatti la prima mostra monografica realizzata su questo pittore dei sensi, che proprio nella Ferrara di inizio ‘600 iniziò a lavorare. Città che lo ricorda in più chiese, una su tutte Santa Maria in Vado (dove recentemente è stato restaurato un suo pregiato lavoro) e che si potrà ammirare una volta concluso il percorso museale. L’intento di Ferrara Arte e di Palazzo dei Diamanti è infatti quello di espandere il percorso anche fuori dal museo, per cogliere nella città le tracce lasciate da Carlo Bononi. Musica, letteratura, pittura, tutto è intrecciato nelle sue opere.

Qualche dettaglio lo lanciano i light box realizzati per la mostra, che intendono tracciare stimoli per l’approfondimento. Altre opere in esposizione, invece, sono state ‘salvate’ da chiese ancora terremotate, come la splendida - quanto innovativa iconograficamente - Il miracolo di Soriano, che era nella chiesa di San Domenico, o la teatrale Pietà, appartenuta alla chiesa delle Sacre Stimmate.

Abile disegnatore, animo inquieto, sperimentatore infaticabile, poco si sa della sua vita, a partire dalla sua nascita ancora dibattuta dagli studiosi. Proprio da questo mistero partono i curatori della mostra per Ferrara Arte, Giovanni Sassu e Francesca Cappelletti, per ricomporre, opera dopo opera, i tasselli ancora misteriosi della sua storia. Per ridefinirne il ruolo di assoluto rilievo in quel periodo di mezzo che fu l’Italia tra Controriforma ed esplosione del Barocco. «Bononi fu capace di intuizioni che anticipano modi e tempi della grande stagione barocca – spiegano i curatori –. Il suo afflato emozionale, i suoi colori che sembrano ‘impastati di cuore liquefatto’, come annota Tito Prisciani già nel 1622, lo rendono un pittore partecipato, capace di impiegare con naturalezza tutti gli espedienti narrativi che poi emergeranno con forza nel corso della nascente tradizione barocca: l’uso della luce, la sorpresa, la teatralità».

La sua è una pittura che rimbalza continuamente tra sacro e profano, giocando con le sensualità del corpo. Tra le molte, tre sono le chicche imperdibili: la Sibilla (Fondazione Cavallini-Sgarbi), la cui attribuzione è di Vittorio Sgarbi ed è l’unico resto della ‘Sistina ferrarese’; la sala dell’Età dell’«onorata moderazione»; infine l’Apparizione della Madonna di Loreto (Tolosa, Musée des Augustins) un olio su tela dove di recente è stato finalmente svelato un mistero. Un mistero alla Bononi.