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Intervista al medico Ferrari "Io, il doping e Armstrong"

Esclusiva del Carlino

"Il doping esiste ma io non sono il re o l'alchimista. Ecco le ragioni economiche, politiche e i rancori che alimentano la campagna di sospetti"

 

 

di Stefano Lolli

Michele Ferrari (Businesspress)
Michele Ferrari (Businesspress)

IERI L’UNIONE Ciclistica Internazionale ha decretato la squalifica a vita per il campione americano Lance Armstrong, e la cancellazione di tutti i suoi risultati sportivi ottenuti dal 1998 in avanti, compresi i sette Tour de France. Cruciali in questa decisione, una delle più clamorose che siano mai state assunte nel mondo dello sport, anche le relazioni tra l’ex atleta statunitense ed il medico sportivo ferrarese Michele Ferrari, preparatore ed amico di Armstrong. Ferrari nei mesi scorsi era stato «inibito a vita» dall’Usada, l’agenzia antidoping americana, e di fatto vari atleti che si sono rivolti a lui anche per una semplice consulenza (senza la prova che ciò abbia configurato l’impiego di doping) sono ritrovati esclusi dalle competizioni, com’è avvenuto per le Olimpiadi di Londra al capitano della nazionale italiana di ciclismo Filippo Pozzato. Ora forse per la prima volta e proprio in concomitanza con la ‘sentenza’ dell’Uci Michele Ferrari rompe il proprio lungo silenzio.

Ferrara, 23 ottobre 2012 - «SUSCITANDO lo sconcerto di mia moglie, ho detto che tutto questo clamore, in fondo, mi sembra intrigante sotto il profilo intellettuale...». Nel giorno in cui l’Unione Ciclistica Internazionale ha cancellato, di fatto, il campione americano Lance Armstrong dalla storia del Tour de France, il ‘clamore’ cui allude Michele Ferrari è quello che lo vede protagonista — da anni — di un intreccio di vicende, inchieste e sospetti legati al doping. «Sospetti, soprattutto sospetti» è l’autodifesa di chi a questo punto dice «di non voler più assistere o subire passivamente accuse e insinuazioni — sorride Ferrari —; in tanti in questi anni si sono compiaciuti a parlare, ad evocare alchimie e leggende. Adesso potrei prenderci gusto anche io, a parlare».
 

LA GIORNATA del medico sportivo ferrarese è comunque troppo piena per crogiolarsi nelle minacce: una tappa a Este («Non per incontrare ciclisti, vado al mercato...», sorride), un incontro con l’avvocato per studiare i dettagli delle cause in corso e di quelle che forse verranno, qualche incombenza in piazza. Quello che gli americani chiamerebbero il ‘low profile’, la riservatezza che Ferrari ammette anche verso gli atleti: «Tanti sono venuti a casa mia, in via Pomposa; con tanti altri ci incontriamo nel bolognese (i test vengono effettuati a Monzuno, ndr), altri si relazionano con me via mail, in vista soprattutto degli stage a Tenerife». Tra le mail, anche recenti, molte portano la firma di Lance Armstrong, il campione ‘scomunicato’.

Ma anche un amico vero, ed un atleta formidabile: «Però non è stato il più forte tra quelli che io ho allenato — ride Ferrari —: non mi chieda altri nomi, perché a quel punto le invidie ed i rancori che già segnano la mia attività professionale e la mia vita, diventerebbero troppi. E magari se Lance leggerà il Resto del Carlino, perderò anche la sua amicizia!». Un’amicizia corroborata anche da una collaborazione sportiva, e dai dollari. Quasi un milione quelli che l’atleta statunitense, dal 1996 in avanti, avrebbe pagato a Ferrari per le sue prestazioni professionali: tabelle d’allenamento, test e programmazione di gare secondo il medico, «doping sistematico» secondo l’agenzia antidoping americana. Che Ferrari, nel proprio sito internet, accusa di cospiracy. «Cospirazione — afferma —, perchè al di là dei sospetti che permeano il dossier non c’è uno straccio di prova oggettiva».
 

LA VERITA’ del medico ferrarese, tornato sotto i riflettori la scorsa estate per la clamorosa vicenda del marciatore Alex Schwazer, è quella di «interessi economici, ragioni politiche e ostinati rancori che concorrono, ormai da molti anni, a individuare me come il comodo contenitore di tutti i mali dello sport». Mali riassunti in una parola: doping. Una parola che Ferrari non nega di conoscere: «Con gli atleti, i ciclisti, è un argomento di conversazione ma non è la mia prassi. Io consiglio metodi di allenamento, strategie alimentari, calendari di test e di gare. Non uso farmaci, anzi a tanti atleti che si sono presentati da me dicendo di assumere l’Epo, ho proposto alternative come il training in ipossia in altura, o suggerito un diverso rapporto con il cibo, che è un ausilio molto più potente per chi fa sport». La nuova frontiera è la cosiddetta ‘nutriceutica’: «Studio da anni le proprietà dell’olio di oliva — sorride Ferrari —, e mi ritrovo appiccicato l’etichetta di inventore di una magica mistura di olio e testosterone. Ho letto che Armstrong l’avrebbe fatta assumere ai compagni addirittura imboccandoli. Non è vero né credibile».
 

EPPURE la presenza delle sostanze illecite nello sport è concreta: «E’ risaputo che il doping circola, ma è sbagliato dire che non si può fare sport ad alto livello senza ricorrere a sostanze proibite. Ed è sbagliato, anzi sbagliatissimo pensare che basta togliere i sette Tour a Lance Armstrong per dire che tutti gli altri sono stati vinti a pane ed acqua — incalza il medico ferrarese —; oppure citare il mio nome 480 volte nel dossier Usada (quello di Armstrong appare solo 200 volte, ndr), per sentenziare in America e nel resto del mondo che l’inibizione a vita a mio carico è sacrosanta e sostanziata». Una tesi cui non credono alcuni ciclisti amatori inglesi che, su Internet, hanno scritto un testo — ironico — in cui dicono «che Ferrari è responsabile anche del riscaldamento globale del pianeta, della crisi dell’Euro, e che quando mi si incontra per strada è sconsigliabile salutarmi perché in caso contrario si rischia la squalifica».
 

INNEGABILE tuttavia la riservatezza che ammanta l’attività di Ferrari: «Me la chiedono gli atleti, e un po’ è il carattere, mio e dei miei familiari. Ha mai visto in giro, ad esempio, mio figlio Stefano?». Collaboratore del padre, residente a Montecarlo, coinvolto nell’inchiesta di Padova (assieme, fra gli altri, ad alcuni ciclisti amatori ferraresi): «Il vero scoop del Carlino è questa sua foto», ride Ferrari porgendo un’immagine che ritrae padre e figlio con Lance Armstrong, in una stanza d’hotel francese. Niente di particolarmente lussuoso: «Eppure di me si dice che sono un uomo da 30 milioni di euro — prosegue il medico —, che il mio camper è una sofisticatissima clinica mobile, che ho rapporti occulti con case farmaceutiche per la produzione di nuove sostanze, che intrattengo relazioni con faccendieri e manager. Posso usare una parola che mi ha insegnato Lance? Bullshit...».
 

Stefano Lolli

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