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Fa ‘tredici’ ma smarrisce il tagliando. La Cassazione: "Si paghi la vincita"

Un giocatore estense vince la causa contro il Coni: incasserà 84.897 euro

Totocalcio
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Ferrara, 4 giugno 2013 - BUONE notizie per gli appassionati di scommesse sportive: si può incassare il premio del Totocalcio ugualmente, dando prova certa dell’acquisto del tagliando, anche se quest’ultimo è stato smarrito. Ad affermarlo è stata la Corte di Cassazione con una sentenza del 15 maggio scorso, che ha confermato la valutazione della Corte d’Appello, dando ragione alla richiesta di pagamento avanzata in giudizio da un giocatore di Ferrara. L’uomo ha citato in giudizio il Coni, chiedendo il pagamento di 84.897,32 euro riguardanti due quote della vincita realizzata al concorso Totocalcio numero 7 del 2001 di cui, però, aveva smarrito i tagliandi originali.
 

DOPO una serie di ricorsi e dopo aver ricordato le regole civilistiche che governano l’attività interpretativa di un contratto e, nel caso concreto, del regolamento Totocalcio, come patto tra il giocatore e il Comitato Olimpico, la Suprema Corte ha riconosciuto come validamente condotto l’accertamento del giudice di merito, che aveva dato valore probatorio a specifiche circostanze.

Tutte convergenti nel senso che il giocatore, effettivamente, aveva a suo tempo acquistato i tagliandi vincenti e poi smarriti. Secondo la Cassazione, la Corte di appello aveva «ben motivato sulla base, non solo della denuncia di smarrimento delle cedole presentata ai carabinieri dal giocatore ma anche, e soprattutto, sulla base della dichiarazione del titolare della ricevitoria dove fu effettuata la giocata, nella quale si attesta che furono consegnate due quote del sistema (...) poi risultato vincente».

E ancora: «Quanto alla pretesa violazione dei criteri ermeneutici — spiega la Suprema Corte — il ricorrente, pur lamentando formalmente la violazione, del cosiddetto metodo di interpretazione sistematico, si è limitato a contrapporre un’interpretazione alternativa rispetto a quelle adottata dal Giudice di seconde cure, senza assolvere l’onere che gli competeva ovvero senza spiegare le ragioni della dedotta violazione, evidenziando in tal modo che mirava ad ottenere solo una nuova interpretazione del contratto, conforme ai suoi interessi». Per questo motivo, si legge nella sentenza, «la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in complessivi 7.700 euro di cui 7.500 per compensi, oltre accessori di legge, e 200 euro per esborsi».

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