Ferrara, 17 luglio 2017 - Il passato ritorna, 28 anni dopo da quell’ultimo flash sulla statale Jonica al chilometro 401, a Roseto Capo Spulico. Lì dove Isabella Internò continua a giurare che quel 18 novembre 1989 vide l’ex fidanzato Denis Bergamini gettarsi sotto un camion. Il centrocampista del Cosenza, ferrarese di Boccaleone, ferma la Maserati bianca e si tuffa sotto il bestione carico di mandarini, dice lei in lacrime davanti a carabinieri, magistrati, giudici. Quel suo racconto però torna a scricchiolare terribilmente. Dal 12 aprile, quando il procuratore di Castrovillari, Eugenio Facciolla, gli ha fatto sapere di essere indagata per l’omicidio premeditato di Denis, aggravato da crudeltà e futili motivi, in concorso con Raffaele Pisano, il conducente del camion.

La settimana scorsa si è conclusa la nuova autopsia sul corpo riesumato del calciatore, dalla quale sono emerse già le prime verità: femore sinistra tagliato e spina dorsale completamente integra. «Come è possibile – chiede l’avvocato Fabio Anselmo – sotto il peso di un camion?». Poi sulla ‘testa’ del femore: «Non c’è traccia di nessun taglio nell’autopsia che fece Avato». 
Intanto, trapela un’altra notizia che ha del clamoroso. Ovvero la presenza di un super testimone, già sentito dagli inquirenti, che avrebbe visto momenti determinanti della scena di quel maledetto 18 novembre. Un uomo che, negli ultimi giorni, ha contattato la famiglia Bergamini. 

Poi ci sono i vestiti che indossava Denis quel giorno. «Spariti», riprende Anselmo. Alla sorella, Donata Bergamini, dissero che vennero buttati in un inceneritore. L’unica cosa che rimase, furono le scarpe ‘salvate’ da un magazziniere. Tutto un incubo che ripiomba a Rende, nel Cosentino, dove Isabella Internò fa la mamma di due figlie e la moglie di un poliziotto. «Sono stata vittima di una gogna mediatica», dirà nel 2013, parte lesa in un processo per diffamazione con imputato un giornalista, poi assolto.

E pensare che il caso venne seppellito come falso suicidio con il nome della donna dimenticato. Poi l’inchiesta viene riaperta e lei indagata. Un macigno che la costringe a voltarsi verso gli anni dell’adolescenza vissuti accanto al biondino arrivato dal nord. Dal quale aspettava un bimbo, a 16 anni.

Era il 1987. «Era incinta di 5 mesi – spiegò Donata – ma decise di interrompere la gravidanza a Londra». Bergamini si sarebbe assunto la responsabilità di diventare padre, senza però sposare la Internò la quale, in quella Calabria degli anni Ottanta, rischiava di finire disonorata. Così, poco più che ragazzina, con il sostegno di una zia, optò per l’aborto. «Subito dopo il funerale – disse il procuratore il giorno della riapertura del fascicolo – Padovano (ex compagno del Cosenza, ndr) accompagnò a casa la Internò e fu invitato a salire con insistenza. Lui andò e si trovò di fronte ad una festa. C’erano delle paste. Stavano festeggiando?».

Dichiarazioni criticate dall’avvocato Angelo Pugliese: «Se il procuratore scrive questo? Si prenderà le proprie responsabilità». E Donata? Sempre accanto a Denis, anche in occasione della riesumazione. «Mio fratello – dice con orgoglio – non lo lascerò mai solo. Arriverò alla verità e non abbasserò la guardia su nessuno. Ho la fortuna di aver vicino tanta gente e oggi voglio dire grazie anche a coloro che non appaiono ma ci sono sempre stati. Oggi siamo ripartiti da zero, dalla prima verità. Intanto sappiamo dov’era la ferita con certezza, sappiamo come era messo il corpo di mio fratello».