Ferrara, 3 ottobre 2017 - Chiariamo: nessun attacco alla città delle biciclette. Non vogliamo rischiare il linciaggio. Ma se è vero, come diceva Agatha Christie, che «un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova», proviamo a salire in sella per testare la tempra di legalità degli altri protagonisti della strada: i ciclisti. Che per alcuni sono angeli della mobilità sostenibile, per altri casta di intoccabili con le stesse spacconate degli automobilisti più bulli. Nei primi nove mesi dell’anno la Municipale ha staccato 302 verbali. Più di uno al giorno. I più (66) per traffico in senso vietato. Una delle scelte più pericolose? Via Boccanale: tra Ripagrande e Santo Stefano. Il cartello di senso unico, un sole rosso in metallo barrato di bianco, è grande come una casa ma per diversi ciclisti è come se non ci fosse.

Meglio uno slalom tra auto in arrivo dal senso opposto (per loro, sì, regolare) che il percorso legale. Stessa cosa pochi metri dopo, in vicolo del Chiozzino. Senso unico. I ciclisti che sfidano il budello di mattoni con rischio collisione non mancano. Questi sono piccoli focolai di illegalità a pedali. I veri campi di battaglia sono in via Bologna. Le piste ciclabili, autostrade per velocipedi, sono piste da slalom gigante. Buone più per Alberto Tomba negli anni d’oro che per colletti bianchi dai quali ci si aspetterebbe almeno un poco di aplomb. Non per nulla, nei primi nove mesi dell’anno, 87 persone sono state multate per ‘mano sbagliata’ o per essere state pizzicate sulla ciclabile opposta. Tenere la destra, spiegano gli agenti, non è un optional. Anche perché in via Bologna le corsie dedicate non sono proprio larghissime. Ci spiegano che i ciclisti, anche nei sensi vietati, possono entrare solo se sotto al cartello principale spicca il disegnino della bicicletta. Bene in via San Romano, anche se destra e sinistra sono due sconosciute. Di solito vince, come in auto, chi va più veloce e chi usa non il clacson ma la voce grossa. La protervia, d’altra parte, è prima di tutto un atteggiamento. Male in via Pescherie Vecchie, qui il divieto alle bici è assoluto a meno che non le si portino a mano.

Vero, le bici non sono suv ma andare in bici non è come andare a piedi. E certi costumi vietatissimi dal codice della strada sono sanzionati anche per i ciclisti. Basti pensare all’uso del telefonino. I vigili in nove mesi hanno multato due ciclisti occupati, con una mano a reggere il manubrio e con l’altra il cellulare. Incredulità, rabbia, proteste ma alla fine verbale da 161 euro. Sfatato il dubbio delle aree pedonali – ci si può andare anche in bicicletta – superiamo via Bersaglieri del Po per entrare in via Palestro. Siamo tanti, noi ciclisti, ad attraversare corso Giovecca sulle strisce pedonali in sella alla bici (dovremmo scendere) e a infilare via Palestro in senso vietato. Stessa cosa in via Armari e in Borgo dei Leoni – in via Boldini non ne parliamo – dove la destra e la sinistra sono due variabili. Scusate – ci scrive un lettore pedone, minoranza etnica nella giungla d’asfalto – fate un salto in viale Cavour. Ci andiamo. La tratta che dal Castello porta al semaforo delle Poste indirizza ciclisti e pedoni in modo ordinato. Ma dopo le Poste si aprono le praterie dove le scorribande sui marciapiedi sono la legge dominante. I più ligi al codice sembrano, per ora, solo i missionari mormoni in bici.