Ferrara, 25 gennaio 2017 - «Il duplice omicidio di Pontelangorino segnerà la vita di Ferrara per i prossimi cinquant’anni». Questo l’affondo dell’arcivescovo Luigi Negri al secondo appuntamento della rassegna di eventi dal titolo «Voglio vivere così» organizzata lunedì dalla Fondazione Zanotti. «Quei due giovani – attacca l’arcivescovo – hanno prestato quello che rimaneva della loro umanità all’eliminazione di Dio». Un sospiro, poi di nuovo a tuonare: «Pontelangorino è stato il trionfo del male. Il trionfo del nulla che si è impadronito di ragazzi che avevano fatto il catechismo e tutti i sacramenti». Per fare in modo «che la nostra società non sprofondi nel baratro del nulla», secondo Negri, «ci vuole coesione tra chiesa, famiglia e scuola».

Orrore. Cosa ha spinto Manuel Sartori, 17 anni, e l’amico Riccardo Vincelli (16), a compiere il massacro di Pontelangorino? A uccidere Nunzia Di Gianni e Salvatore Vincelli, genitori del sedicenne? Per quale ragione tutta quella rabbia e quell’atrocità? Questi gli interrogativi al centro dell’incontro al quale hanno partecipato anche Stefano Versari, direttore generale dell’ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna, ed Elisa Calessi, giornalista di Libero. «La fondazione – così Andrea Bombonati, docente e moderatore dell’evento – ha come scopo principale quello educativo. Abbiamo dunque ritenuto opportuno, parlare dei fatti di Pontelangorino».

Studenti. Il focus principale dell’incontro si è di fatto incentrato sull’esercizio della libertà individuale. A questo proposito Stefano Versari ha spiegato che «all’inizio dell’anno scolastico ho scritto un messaggio rivolto a tutti gli studenti della regione, ponendo l’accento soprattutto sul significato di libertà. L’ho fatto perché è il dovere di un’istituzione, la scuola, che ha come finalità, oltre a quella formativa, quella educativa». Così invece la giornalista di Libero, Elisa Calessi: «Sono stata profondamente colpita da due cose in particolare: – le sue parole – la prima riguarda l’incapacità di riconoscere, da parte di molte persone, il fatto che in noi alberghi anche il male. C’è una sorta di censura ideologica che non permette a tanti di ammettere che due giovani riescano a compiere un atto di questa gravità. Addirittura un’insegnante mi ha risposto dicendo che i ragazzi sono «casi clinici»

Libertà. E in secondo luogo, ha aggiunto, «c’è un’altra questione profondamente inquietante: la nostra libertà è ferita. Non riusciamo, il più delle volte, a scegliere ciò che realmente vogliamo e dunque non riusciamo a vivere nel modo in cui vorremmo. Senza contare – ha poi concluso – che l’adolescenza è una fase molto delicata della formazione di una persona».