di FEDERICO MALAVASI

Ferrara, 16 marzo 2017 - L’ULTIMA schermaglia sul fronte della laicità si combatte su un rettangolo di stoffa. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che non è discriminatorio per una società privata vietare ai propri dipendenti di indossare il velo islamico (hijab, in lingua araba) o qualsiasi altro segno visibile di appartenenza religiosa, filosofica o politica. Una sentenza che nasce da due casi, uno francese e uno belga, relativi ad altrettante donne licenziate per essersi rifiutate di togliersi il velo sul luogo di lavoro. Un precedente giudiziario in un campo dove la giurisprudenza è divisa e che potrebbe creare non pochi problemi in società sempre più multiculturali e dove le donne coi capelli coperti non sono più mosche bianche. E non solo nei luoghi di lavoro cosiddetti ‘umili’, ma anche tra i professionisti, negli uffici e nelle scuole. Ne è un esempio Ghizlane Samid (foto a destra), 34 anni, marocchina di nascita ma ferrarese dall’età di dieci anni. Da una dozzina di anni fa l’educatrice all’asilo nido e sa bene a quali difficoltà vada incontro una donna che si approccia a un mondo del lavoro già di per sé non troppo accogliente, indossando un simbolo della propria fede ancora oggi segnato da pregiudizi e stigmi.

GHIZLANE Samid, quando ha deciso di indossare lo hijab?

«Nel 2004 ho iniziato a lavorare e non lo portavo. La decisione di indossarlo l’ho presa circa un anno e mezzo dopo».

Come l’ha maturata?

«La scelta è arrivata dopo i vent’anni. Subito non ero convinta. Volevo metterlo solo quando fossi stata veramente pronta».

Poi?

«Ho letto il Corano e ho studiato l’Islam. Inoltre lo hijab mi affascinava».

È stato difficile il ‘passaggio’?

«Beh, diciamo che è un passo importante. Soprattutto quando sei abituata ai capelli sciolti. Ma è una cosa che mi sentivo dentro».

Cosa è per lei il velo islamico?

«Per una donna credente è un obbligo. Ma non deve essere una costrizione. È una pura scelta di vita che io ho visto crescere dentro di me».

Veniamo all’attualità. Cosa pensa della sentenza della Corte di Giustizia Europea?

«Nel leggere la notizia ho provato tristezza e frustrazione. È come se volessero spingerci a cambiare stile di vita contro la nostra volontà».

Com’è la vita di una ragazza che indossa il velo islamico?

«Non è sempre facile. E quella sentenza, in un momento come questo, non aiuta. È un ostacolo sulla via dell’integrazione».

Lei ha avuto problemi al lavoro?

«Quando ho iniziato a lavorare in un asilo nido di Copparo non lo indossavo. Dopo un anno e mezzo l’ho messo. Da un giorno all’altro mi sono presentata al lavoro coi capelli coperti. Ma i genitori ormai mi conoscevano e non ho avuto problemi. Le lamentele sono arrivate dopo».

Quando?

«Quando mi hanno trasferita a Santa Maria Maddalena. Sulle prime non sono state accolta bene».

Come è andata?

«Ci sono state state alcune lamentele. Qualcuno temeva che dietro quel velo ci fosse chissà cosa».

E poi?

«Il mio coordinatore mi ha dato una mano, mi sono fatta conoscere per quella che sono e ho superato l’ostacolo. Ma è stata una fatica doppia».

Immagino. Conosce altre donne che hanno avuto problemi simili?

«Certo. Per molte ragazze le porte del lavoro si chiudono non appena chi ti fa il colloquio vede che indossi lo hijab. E questo non è d’aiuto per le donne che vogliono integrarsi pienamente nella società».

Secondo lei cosa manca per arrivare a una integrazione compiuta?

«È un problema complesso. Ma la nostra ormai non è più una cultura ‘nuova’. In Italia ci siamo da tanto. Dobbiamo aprire le porte e venirci incontro a vicenda».