Ferrara, 15 giugno 2016 - In tempo di guerra, e la politica è un po’ una guerra, il leghista Naomo Lodi sarebbe uno di quei soldati incaricati di aprire la pista per le truppe e i generali che verranno. Se verranno. Per i nemici – «che non sono pochi» ammette mentre saliamo in macchina – è solo un razzista. Un fascistello da rissa. «Cosa provo se mi danno del fascista? Nulla. Né mi offendo né mi esalto. Sono solo un cittadino incazzato... Uno dei tanti».

L’incontro è in piazza Travaglio, a due passi dal piadinaro. «Adesso andiamo dai ragazzi, ci aspettano al Palaspecchi». I ragazzi più che sodali di partito sono amici. Gente di tutte le età. La piccola armata di Naomo. «Mi seguono ovunque, soprattutto di notte. Li considero fratelli». Un po’ guerrieri della notte, un po’ combriccola da drittone alla Play Station. Autoproclamati reporter del degrado urbano, scandagliano la città di notte e di giorno con la bussola di una compagnia dell’anello indirizzata verso l’avventura. Dal vecchio Bmw familiare di Naomo – il vascello che ci porta nel mare notturno della Ferrara senza luci – la città che si spalanca sembra un reality del degrado che si sviluppa come uno stradario. Il metodo Naomo? «Un lavoro continuo. Mi segnalano una situazione e io la lavoro».

Che vuol dire: sms di segnalazione, sopralluogo con i ragazzi e poi riflettori con la diretta Facebook. L’altra geografia di Ferrara. Il centro è un’isola: luci, vita, ragazzi in strada. Al di là dell’isola centro, Ferrara si ramifica verso altri lidi. Prima tappa il Palaspecchi, tempio del degrado ed epicentro di disperazione. Odori e rumori: miscela di cibi e scricchiolio di vetri a terra. Un tappeto di schegge. «Spaccano i vetri per evitare di morire di cattivi odori». L’unica acqua è la piscina nella quale affondano le fondamenta dell’edificio. «Il degrado – dicono i ragazzi – è come l’acqua. Se non la incanali si diffonde ovunque». Si risale in macchina. Da via Modena ci occhieggia una ragazza di strada. Sorride e il colore dell’abitino è quello della luna. Amore, sotto la volta celeste di Ferrara. L’altra città non è solo buio. C’è la luce della Montedison che getta il cono di produttività senza pace su una casa occupata in via Due Abeti. La casamatta di una fabbrica dismessa è abitata. Un cartone di latte sul tavolo, le coperte su un divano martoriato dalle molle e una bottiglia piena di urina gettata tra i rovi. «Non possono fare i loro bisogni in casa, sarebbe invivibile».

Non si vede nessuno. Ci sono solo tracce. Tantissimi segni. Ma la sensazione – ogni notte porta in dote un vocabolario di simboli e suggestioni – è di essere osservati. Sotto ponte Monsignor Luigi Maverna i profughi di città costruiscono capanne con le reti da cantiere rubate. Le piegano per farne una struttura a triangolo, infilano un materasso e ricoprono il tutto con una coperta. Ci vuole ingegno. Più che baracche sono tane. Si esce per cacciare. La sensazione di essere osservati arriva la mattina dopo: le tane sono state bruciate. Il posto non è più sicuro. Ci si infila in macchina con la sensazione che non esistano torti senza possibilità di riscatto né ragioni senza margine di errore. «Però tenete conto – attacca Lodi – che gli assassini di Pierluigi Tartari hanno dormito in questi bivacchi».

Bisogna selezionare, di notte: il rischio è pensare la città come un film post nucleare degli anni Ottanta, tipo il Mad Max di George Miller. Non è un film. Il parcheggio in via del Lavoro è un hotel: senza tetto addormentati tra una macchina e l’altra e carrelli della spesa da abitanti sulla strada. I fari dell’auto illuminano le teste appoggiate tra uno pneumatico e l’altro. Il cerchio si chiude all’ombra del grattacielo. Le sentinelle dello spaccio disegnano con lo sguardo i confini del loro mercato. Ti guardano, interrogativi: cliente o minaccia? Nel dubbio tiriamo su il finestrino. Il giorno nuovo verrà ma, al netto delle divisioni, Ferrara è città che sta a cuore ai partiti, alla Caritas e alle associazioni di volontariato che di notte popolano la geografia dell’altra Ferrara.