Ferrara, 20 dicembre 2017 - Quel ragazzo voleva uscire dalla mediocrità. Diventare qualcuno. Ma come fare se sei cresciuto nell’angolo più nascosto di una periferia a cavallo tra Serbia e Ungheria? Un ritaglio di mondo spietato, che non può offrire più di qualche spicciolo sudato sui campi che portano ancora i segni dell’ultima guerra del Novecento. Quel ragazzo una risposta se l’è data. Lasciarsi alle spalle Norbert Feher, nato a Subotica nel 1981, e trasformarsi in Igor Vaclavic, ex militare sovietico nato a Taskent nel 1976. Una maschera dietro alla quale avviare una carriera delinquenziale che porta un maldestro ladro di polli a diventare un criminale a sangue freddo, capace di pestare, rapinare e uccidere. Igor il russo ha un’idea: mettere su una ‘batteria’ insieme a un vecchio amico, un croato di lingua ungherese, il 52enne Ivan Pajdek. Ed è proprio dall’incontro tra i due, fra le mura di un carcere serbo, che si gettano le basi per un sodalizio criminale che pochi anni più tardi seminerà sangue e paura nella campagna ferrarese.

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L’arrivo in Italia. Norbert arriva in Italia nel 2005, dopo essere evaso dal carcere insieme all’amico Ivan. In Serbia Feher è ricercato per rapina e violenza sessuale su minore. Meglio cambiare aria. Qui, i due ‘soci’ iniziano a fare quello che gli riesce meglio: rubare. Norbert diventa Igor. Quel nome è il granello di sabbia che, in più di un’occasione, inceppa gli ingranaggi della giustizia italiana. Il serbo compare in Polesine dove, nel 2007, commette alcuni raid con arco e frecce. Poi si sposta verso sud, nell’Argentano. Con un casco da moto in testa, accette e coltelli mette a segno una serie di piccole rapine. Tra un colpo e l’altro dorme nei casolari e campa di espedienti. Nel novembre del 2010, Igor il russo scivola su una buccia di banana. I carabinieri della compagnia di Portomaggiore lo trovano mentre dorme in un casale e lo arrestano.

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Il carcere e la banda. Igor rimane in cella fino al gennaio del 2015, quando esce prima dei tempi per buona condotta. Libero, può finalmente fare il salto di qualità. Riallaccia i contatti con Pajdek e mette su la banda. Ma stavolta si fa sul serio. Inizia la stagione delle rapine violente. L’estate del 2015 è marchiata a fuoco nella mente di ogni ferrarese. Perché fatti del genere, da noi, non si erano mai visti. Cose come quelle accadute dal luglio al settembre di due anni fa, a Ferrara non succedono. Igor e Ivan assoldano un giovane slovacco, Patrick Ruszo, e iniziano. Il 26 luglio sono a Villanova di Denore. Sorprendono il 45enne Alessandro Colombani mentre sta mettendo l’auto in garage. Lo legano, lo riempiono di botte e lo derubano. Il 30 luglio si spostano a Mesola. Legano Emma Santi, 93 anni, con delle fascette da elettricista, le rubano una collana e qualche anello e poi la lasciano sul letto. La troverà il figlio due giorni dopo. Viva per miracolo.

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Il 5 agosto la banda spunta a Coronella. Sequestra per quattro ore Giulio Bertelli, anziano e infermo, e la figlia Cristina. Rubano vestiti, cibo e una Fiat Tipo. Poi succede qualcosa. Igor e Ivan litigano: il primo vuole tornare in patria ma senza l’amico. Così la banda si divide. Il serbo sparisce mentre il croato decide di mettere a segno un altro colpo. Rimpiazza il vecchio amico con un giovane romeno, Constantin Fiti. Il 9 settembre si presentano a casa del pensionato Pier Luigi Tartari, ad Aguscello. E stavolta ci scappa il morto. Il corpo viene trovato 17 giorni dopo, in un casale di Fondo Reno, legato e imbavagliato come la peggiore delle bestie.

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L’inizio della fine. Per la banda, Ferrara inizia a scottare. Tutti gli stanno addosso. Fiti viene catturato per primo: è il 22 settembre. Quattro giorni dopo tocca a Ruszo, pizzicato a Padova su un treno mentre cerca di fuggire. Pajdek viene catturato il 5 ottobre (poi condannato a 30 anni in abbreviato, mentre Ruszo e Fiti all’ergastolo con rito ordinario). Si era nascosto a casa di amici, in un paese sperduto della Slovacchia. E Igor? Igor non c’è. Quando capisce che la banda l’ha fatta grossa e che presto sarebbero arrivati anche a lui, cambia aria. Scappa a Valencia dove staziona per un po’ prima di tornare in Italia, tra le ‘sue’ campagne dell’Argentano continuando a vivere d’espedienti. Nel suo profilo Facebook, uno spavaldo Ezechiele Norberto Feher scrive messaggi ma soprattutto posta foto sue come le due del 18 giugno 2016 in piazza a Ferrara in compagnia dei cosplayer. Sul groppone ha un mandato di cattura per le rapine con Ruszo e Pajdek ma nessuno lo cerca con grande insistenza. Dal buio rispunta la notte del 30 marzo, a Consandolo, per rapinare una guardia giurata: gli spara addosso con un fucile e scappa con la sua pistola d’ordinanza e i caricatori.

Un'altra immagine di Igor, stavolta dal suo profilo Instagram

I massacri. Questo è il momento del non ritorno per Feher. Due giorni dopo, l’1 aprile, in un goffo tentativo di rapina, uccide Davide Fabbri nel bar di Riccardina di Budrio. L’8, nel Mezzano, incontra sulla sua strada il volontario di Legambiente Valerio Verri e l’agente Marco Ravaglia: il primo viene ucciso, il secondo si salva per miracolo. Scappa ancora Feher. Nemmeno 900 uomini, dei migliori reparti dello Stato, tra le campagne di Bologna e Ferrara, riescono ad arrestarlo. Ben 251 giorni dopo la sua faccia torna alla luce, nel sud dell’Aragona. Farà altri tre morti (un agricoltore e due guardie civil) prima del definitivo arresto.

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