Ferrara, 16 dicembre 2017 - «Ora la scia di sangue di quell’essere spero sia davvero finita...». Sussurra al telefono Marco Ravaglia. Ha da poco ricevuto la notizia dell’arresto di Norbert Feher (alias Igor Vaclavic) in Spagna e, inevitabilmente, nella sua testa tutto è tornato all’8 aprile. Gli spari, le ultima grida dell’amico Valerio Verri – la guardia di Legambiente che gli era accanto –, il killer che gli punta lo scarpone sul volto per poi spostarlo di peso per fuggire con il Fiorino, lo strisciare agonizzante fino alla strada per chiedere aiuto.

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«Sono ripiombato nel dolore – riprende l’agente – e mi si è riaperta ancor più quella ferita che mai si rimarginerà». Sei volte sotto i ferri, una riabilitazione difficoltosa che va avanti giorno dopo giorno e la consapevolezza che il fisico, forse, non tornerà mai più quello di una volta. «Avevo paura che volesse tornare per finire il lavoro – riprende con un filo di voce – e oggi, da questo punto di vista, mi sento un po’ più sollevato. Sono sempre stato fiducioso nella sua cattura, le forze dell’ordine e la magistratura hanno sempre fatto il massimo. Adesso stiamo a vedere chi ha coperto quel maledetto e chi lo ha aiutato a fuggire fino in Spagna. Anche loro pagheranno».

Igor nudo. Guarda la foto di Igor, in mutande, con le manette ai polsi che gira su tutti i media: «Mi sembra in perfetta forma – chiosa con rabbia – e non uno deperito, in difficoltà e che ha mangiato fino a ieri erba e fango. L’importante è che ora rimanga in carcere per sempre e che possa pagare per tutto il male che ha fatto». Il telefonino di Ravaglia continua a vibrare incessantemente: amici, colleghi, semplici conoscenti che gli ‘girano’ la notizia dell’arresto o gli portano un po’ di solidarietà. E lui ricorda il comandante della Provinciale, Claudio Castagnoli, «sempre al mio fianco», ma soprattutto Valerio Verri: «Se da lassù oggi potrà avere un po’ più di pace? Mi auguro di sì». Una pausa, la voce si rompe definitivamente: «Non passa giorno che non ci pensi perché Valerio mi manca».

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Stato assente. Il suo avvocato, Denis Lovison, nei giorni scorsi ha presentato la domanda al ministero dell’Interno perché Ravaglia venga riconosciuto vittima del dovere. Perché, dice, «lo Stato ha il dovere di sostenere e aiutare in tutti i modi possibili i suoi migliori servitori. I tragici fatti sono avvenuti quando Marco era in servizio di contrasto alla criminalità ambientale». Proprio su questo, ieri è intervenuta l’Associazione italiana agenti ed ufficiali di Polizia provinciale (Aipp), per dirsi «perplessa per le dichiarazioni trionfalistiche del ministro dell’Interno, Marco Minniti, dopo l’arresto di Feher».

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Il motivo si legge in una nota: «Il decreto ‘Sicurezza urbana’, convertito in legge a fine aprile, esclude dall’istituto dell’equo indennizzo e del rimborso delle spese di degenza per cause di servizio gli appartenenti alle Polizie provinciali, a differenza di quelli delle Polizie statali e municipali». Una discriminazione di cui «farà le spese, per primo, l’agente Ravaglia». Per questo l’Aipp ora chiede al Governo e a tutta la politica italiana, «che esprimono cordoglio per le vittime nel ferrarese, un briciolo di coerenza», e soprattutto «cosa intende fare l’esecutivo per rimediare a questa discriminazione». Lo Stato, al momento, non si è ancora fatto sentire né con lui e nemmeno con la famiglia Verri. «Il primo riconoscimento – diceva con orgoglio lo stesso Marco alcuni giorni al Carlino – deve andare a Valerio. Perché quando gli ho detto andiamo?, lui non si è girato dall’altra parte e mi ha risposto subito sì». Senza risposta, ad oggi, anche la lettera al presidente della Repubblica scritta dal comandante della Provinciale, nella quale si sottolineava il servizio prestato da Verri e Ravaglia.