Ferrara, 6 settembre 2017 - «Prima che un luogo, un progetto, un’istituzione culturale, dovrà essere un’emozione». Sono passati 5904 giorni dall’afoso pomeriggio in cui, in Municipio, lo scrittore Alain Elkann evocava con queste parole, assieme all’allora sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi, la nascita di quello che ancora non si chiamava Meis. Il seme ha germogliato, ora all’apertura della prima grande mostra del corposo museo, di giorni ne mancano meno di cento: e proprio nel Salone della Crociera del Mibact, ieri il ministro Dario Franceschini ha fatto scattare l’ideale count down.

«Sono legato personalmente al percorso del Meis – ha esordito –, perché ero all’inizio della mia esperienza parlamentare quando, nel 2003, riuscimmo a far approvare la legge istitutiva del Museo nazionale dell’Ebraismo italiano e della Shoah. E fu un rarissimo caso di voto unanime».

Ma non è corsa alla primogenitura o ai patronage, perché se c’è una cosa che caratterizza il futuro museo cittadino, ha aggiunto il presidente della Fondazione Meis Dario Disegni, è lo spettro corale dei suoi connotati: «Tra pochi giorni verrà consegnato, al termine del primo lotto dei lavori, l’edificio completamente ristrutturato dell’ex carcere, che si appresta a ospitare la mostra inaugurale, assumendo in tal modo, da luogo di segregazione e esclusione, il suo nuovo ruolo di centro vivo di cultura, di dialogo, di inclusione».

Della mostra che aprirà il 13 dicembre c’è già il titolo («Ebrei, una storia italiana: i primi mille anni»), e la bozza dei colorati manifesti. Da ieri il Meis ha però anche un nuovo ‘logo’: non solo una svolta grafica, ma anche un design identitario, e al tempo stesso una metafora dell’ebraismo. Perché le quattro lettere – stilizzate dall’agenzia milanese Teikna di Claudia Neri –, hanno la forma di rettangoli dal contenuto variabile, nei quali di volta in volta entreranno disegni, foto, colori, mutevoli come respiri e suoni. Dunque non un marchio ingessato, bensì piccole pagine in grado di ospitare, seppure a colpo d’occhio, grandi narrazioni differenti, spalancando storie e orizzonti.

Rievocando, ha sottolineato Franceschini, «momenti buoni e terribili» dell’ebraismo. Questa missione, ha aggiunto il ministro, «si incrocerà sempre di più con le future ‘Giornate Europee della Cultura ebraica’, con le attività dei musei ebraici, delle sinagoghe, delle fondazioni diffuse in tutto il Paese e che lavorano per la conservazione del patrimonio culturale ebraico. Senza dimenticare l’enorme impatto che avrà sul turismo scolastico, attraverso il dialogo che si è instaurato tra Meis e Miur».

Un compito tonante, quello che spetta alla Fondazione presieduta da Dario Disegni e dallo staff del museo di via Piangipane, diretto da Simonetta Della Seta: la mostra di dicembre, in questo senso, sarà capitolare. «Non si tratterà – ha chiarito Disegni – di una semplice esposizione temporanea, bensì di una mostra di prefigurazione del Museo, di cui rappresenterà la prima grande sezione, con la rappresentazione di contesti temporali, spaziali, sociali, culturali, attraverso oggetti autentici o riproduzioni, testi scritti, immagini fisse o in movimento, capaci di comunicare ai visitatori l’interpretazione dei primi mille anni della storia degli Ebrei in Italia». Un centro vivo, dunque. E anche, compiendo un flashback di cinquemilanovecentoquattro giorni, un’emozione.