Ferrara, 11 Agosto 2017 - Fino ad ora erano note più che altro le sue considerazioni in ordine al delicato tema dell’accoglienza. Posizioni ferme ma non ideologiche, coerenti con il messaggio di papa Francesco, col quale è in perfetta sintonia. Poi l’ingresso nella nostra arcidiocesi, nel giugno scorso, ci ha fatto conoscere il lato umano, personale, quel tratto gentile e quel sorriso che ha subito conquistato il cuore dei ferraresi e dei comacchiesi. Con questa intervista, la prima rilasciata da quando è titolare dell’arcidiocesi, monsignor Gian Carlo Perego affronta per la prima volta i temi caldi della città. Dando prova di aver maturato, in questi due mesi di studio, incontri e osservazione lontani dalla ribalta e dai media, un’idea chiara dei problemi e delle priorità. Con un taglio personale che si smarca dal suo predecessore, uomo di incrollabile fede ma anche di giudizi taglienti, senza però operare cesure nette. Un segno di grande saggezza.

Sono ormai trascorsi quasi due mesi dal suo ingresso in arcidiocesi: si sta ambientando a Ferrara? Che città ha trovato? Cosa l’ha colpita maggiormente della città e dei ferraresi? E di Comacchio?

«Devo dire anzitutto che a Ferrara mi trovo bene. E’ una bella città. Ho trovato una città che vive la fatica di un momento non solo di crisi economica, ma di crisi delle relazioni, che cerca sul piano economico, politico e culturale di affrontarle. E’ una città che vede la sera abitata dal mondo giovanile, tipico anche di un centro universitario, ma dove cresce il mondo degli anziani. Di Ferrara e dei ferraresi mi hanno colpito la schiettezza condita talora da un po’ di diffidenza, anche le tante e diffuse esperienze di gratuità, di servizio ai poveri, ai malati, che caratterizzano il volontariato locale. Un mondo del volontariato che è ricco e vivace anche a Comacchio, una città che mi ha impressionato fin dal primo giorno dell’ingresso, per le abitazioni lungo il canale, in uno scenario ambientale e artistico straordinario».

Uno dei temi caldi, a Ferrara come nel resto d’Italia, è quello dell’accoglienza. Che idea si è fatto della situazione dei migranti in città e provincia? Quali iniziative intraprenderà l’arcidiocesi?

«L’ accoglienza in una città è il segno della libertà, dello sviluppo, della democrazia, tanto più in una città e in un territorio dove si muore più che nascere. Nell’accoglienza si comprendono percorsi di tutela, di promozione e valorizzazione della persona, di accompagnamento e di inclusione, fino alla partecipazione attiva e alla cittadinanza. Questo percorso di accoglienza ha diversi protagonisti: le istituzioni anzitutto, il mondo ecclesiale, il Terzo settore, la famiglia e il cittadino. L’accoglienza chiede la responsabilità di tutti. Nella nostra città e provincia – di oltre 300.000 abitanti – sono accolti circa 1.300 richiedenti asilo e protezione umanitaria. E’ un altro paese che si aggiunge, 4 persone ogni 1.000 abitanti. Un’accoglienza diffusa, in tutti i Comuni – con le caratteristiche di responsabilità diffusa che dicevamo – non sarebbe certamente drammatica, ma forse costituirebbe una risorsa giovanile (infatti l’età media è di 26-27 anni) anche per il mondo scolastico, economico e sociale: da qui l’importanza di non fermarsi all’assistenza, ma costruire percorsi di servizio civile, opportunità scolastiche e formative, lavori socialmente utili che rendano da subito attivi e partecipativi la maggior parte dei giovani richiedenti asilo. Come Chiesa di Ferrara-Comacchio continueremo l’accoglienza, attraverso l’organismo pastorale della Caritas diocesana, privilegiando le persone più fragili tra chi arriva: le donne, le donne in attesa di un figlio, le donne con bambini, e guarderemo anche nel prossimo futuro a una migliore tutela delle vittime di tratta. Sarà importante, come Diocesi, attraverso Caritas e Migrantes e coinvolgendo il mondo associativo d’ispirazione cristiana ma anche altre comunità religiose, accompagnare l’accoglienza con la corretta informazione sul fenomeno e con momenti culturali organizzati direttamente o a cui partecipare, come già diversi sono in calendario».

Ha già incontrato o incontrerà il prefetto per discutere della questione accoglienza? Tortora, in una intervista al Carlino, aveva auspicato un suo interessamento e aiuto...

«Ho ricevuto la visita istituzionale del Prefetto, di cui ho apprezzato il senso di responsabilità nella cura e nella preoccupazione per l’accoglienza. Come Chiesa di Ferrara-Comacchio ho confermato la disponibilità alla collaborazione, sottolineando la necessità di un impegno comune nei percorsi di accoglienza diffusa, strutturata (SPRAR), piuttosto che nei CAS e l’impegno a percorsi da subito di inclusione attiva dei richiedenti asilo».

Il quartiere Giardino soffre per la presenza di spacciatori e, tramite lettere alla nostra redazione, alcuni residenti le hanno chiesto di fare una visita al Gad: ci sta pensando?

«Immediatamente dopo il mio arrivo in città, il parroco della zona del Gad, don Paolo Valenti, mi ha invitato a visitare il quartiere Giardino: naturalmente farò questa visita dopo il suo rientro da un periodo di riposo. Nell’incontro con i volontari della Caritas e del volontariato cattolico, una volontaria che abita al Gad mi ha parlato del disagio che vivono gli anziani soli del quartiere. Sono passato in macchina alcune sere, notando i vari gruppi presenti».

In queste settimane, i partiti hanno commentato spesso le sue dichiarazioni sui vari temi d’attualità, dividendosi tra pro e contro. Che rapporto ha con la politica? Crede che la Chiesa possa e debba intervenire sui temi dell’attualità politica?

«La politica non è dei partiti, ma dei cittadini, che trovano nei partiti uno strumento importante per fare politica. La Chiesa non è un partito e non ha un partito, ma vivendo dentro la città ha a cuore la tutela e il rispetto delle persone, la partecipazione alla vita culturale e sociale, la vita economica, la sicurezza sociale e la pace. Tutto ciò che offende la vita, la pace e la sicurezza sociale non può non vedere la Chiesa impegnata istituzionalmente, oltre che con l’impegno dei singoli cristiani. Qualcuno confonde questo impegno e questa esigenza di libertà della Chiesa come ingerenza e non invece come dovere istituzione della Chiesa, tra l’altro fissato in Italia anche con un Concordato. Altre volte, alcune forze politiche confondono come sostegno all’una o all’altra parte partitica ciò che invece deriva dall’esperienza e dal Magistero sociale della Chiesa. In questi anni, anche per il mio servizio in Caritas e alla Migrantes, ho conosciuto e incontrato molti politici, nelle Commissioni parlamentari, nei dibattiti televisivi, trovando in genere senso dello Stato, passione per i problemi e per il bene comune, qualche volta solo rabbia o posizioni ideologiche. Credo che la Chiesa oggi debba continuare quell’impegno alla formazione sociale e politica dei cristiani iniziato dal card. Martini e da Bartolomeo Sorge a metà degli anni ’80 e fatto proprio da tutta la Chiesa in Italia».