TERRA chiama Ferrara come Internazionale chiama Vasco Brondi. Sono infatti due gli appuntamenti che vedranno ospite al festival di giornalismo - Internazionale a Ferrara - il cantautore ferrarese, ovvero Le luci della centrale elettrica. Stasera con un dj set alle 22 in Piazza Municipale, domani alle 14.30 a Palazzo Crema (via Cairoli 13) in un incontro con Daria Bignardi e il premio Strega Paolo Cognetti.

Ha letto il libro di Paolo Cognetti? Lo segue come scrittore?

«Sì, l’ho letto e lo seguo dal uso primo libro di racconti Manuale per ragazze di successo, uno dei libri che ho regalato di più e che amo ancora. L’ho letto mesi fa e la cosa che mi continua a risuonare dentro è quando il protagonista si accorge che quel paese di montagna è ancora così magico e integro grazie al fatto che nessuno lo considerasse, che non fosse una meta considerata interessante. Il suo oblio l’ha salvato. Sono stato in questi giorni a Matera per il festival di Radio Rai Tre e credo che la troviamo ancora così bella proprio perché per decenni è stata dimenticata e rimossa. Adesso è sotto i riflettori, ma credo ci sia la consapevolezza per non rovinarla. Sono stato a suonare anche in molti centri storici ultra turistici: sembrava di essere a Gardaland e nel duty free di un aeroporto allo stesso tempo. Onestamente sono molto contento che Ferrara abbia un turismo più discreto, per quanto vedo con piacere che è sempre più presente e sono contento che ci sia una vita reale che non è legata solo a quello».

Ne Le otto montagne, il protagonista viene ‘educato’ alla montagna? Ha una relazione simile con qualche particolare luogo?

«A me piacciono le grandi città e anche i minuscoli paesi sperduti in mezzo alla natura, sono da sempre attratto da entrambe le cose, ma di base vivo a Ferrara che è forse una via di mezzo».

Dice spesso che Ferrara è la sua isola creativa. Ferrara è cambiata molto nel corso degli anni - ora ha pure un esercito attivo in Gad! - come si relaziona a questi mutamenti?

«Vivo a Ferrara da 33 anni e vorrei dire una cosa in controtendenza rispetto alle lamentele da sempre dominanti, che caratterizzano i ferraresi di qualsiasi età e credo religioso o politico. La verità è che Ferrara è sempre meglio. Per lavoro un anno sì e uno no giro in lungo e in largo tutta la nazione, tornando a Ferrara mi rendo conto che la qualità della vita qui è tra le migliori. Penso che i ferraresi avrebbero bisogno di farsi qualche anno a Roma o a Milano o a Bangkok o in qualcuna delle centinaia di città di provincia dove davvero non c’è “niente”. Riscoprirebbero così il lato positivo della propria città. Ma i ferraresi non escono dalle mura perché si lamentano ma la amano. Anche chi farnetica sul ‘degrado’ di adesso dovrebbe provare a ricordarsi di qualche decennio fa. Da bambini quando ci portavano all’acquedotto dovevamo stare attenti alle siringhe che erano ovunque e tutti erano italianissimi. O ricordarsi com’era il sottomura o la situazione della prostituzione. Ferrara è una città viva e in transizione e al centro della storia contemporanea e di quello che succede nel mondo, anche se con decenni di ritardo non è un’isola sperduta. Ogni momento ha il capro espiatorio, una giornalista di recente ha scritto una cosa che condivido: sarà meraviglioso quando sarete senza migranti e scoprirete di essere ancora poveri, ancora scontenti e frustrati, ancora presi in giro».

Internazionale porta nella sua città giornalisti e scrittori da tutto il mondo. Quali sono i viaggi, o i racconti nati dentro ai viaggi, che l’hanno fatta crescere? Quali le contaminazioni maggiori?

«Dentro Terra, il mio ultimo disco, ci sono viaggi di dieci chilometri e viaggi di migliaia di chilometri, per guardarsi dentro e attorno contemporaneamente. L’idea era quella di fare un disco che fosse come una sorta di cartolina da spedire nello spazio da me e dall’Italia di adesso, come se fosse un modo di presentarsi a chi non sa niente di questo posto e di questo tempo. Per questo mi viene da definirlo un disco etnico ma di un’etnia immaginaria che è quella italiana di adesso, la nostra identità in transizione. Il disco è uscito a forma di libro, proprio un diario di viaggio che si chiama La gloriosa autostrada dei ripensamenti. Perché tutti i viaggi che ho fatto non ci stavano nelle canzoni, che sono un meccanismo molto sintetico. Certi viaggi sono esondati dalle canzoni e sono finiti in questo diario. Musicalmente ho mischiato tutto questo, tamburi africani e melodie balcaniche, distorsioni e canti religiosi, techno araba e ritmi sudamericani. Il tutto in modo filologicamente sbagliato, non è un disco di world music è un racconto corale, la realtà che c’è guardandosi dentro e attorno».

E, parlando di musica, cosa sarà Radio Terra! (alla scoperta delle contaminazioni perdute) in programma stasera a Internazionale in Piazza Municipale a Ferrara?

«Sarò con Enrico Molteni dei Tre Allegri Ragazzi Morti e con Andrea Mangia (Populous) a scegliere la musica della serata. Per l’occasione ci trasformeremo in tre etnomusicologi pensando a musiche che siano rappresentative della nostra Italia contemporanea, un po’ come ho fatto per il disco ma in questo caso useremo musiche di altri. L’occidente che diventa spirituale come l’oriente, ritmico come fosse africano, gioioso come fosse sudamericano».

Anja Rossi