Forlì, 2 dicembre 2017 - Una storia di amore e dolore, di sofferenza e di forza, una storia che parla della voglia di non arrendersi mai. I protagonisti sono Alberto Lena e sua moglie Lorena Savastano, entrambi forlivesi, 82 anni lui, 72 lei (la loro storia è anche al centro del docufilm ‘Quelli che restano’ girato dal regista Marco Toscani).

La coppia vive da dieci anni a Cesenatico. Alberto è un ingegnere, lavora per 10 anni all’Ospedale Morgagni di Forlì, poi al Sant’Orsola di Bologna, una carriera avviata e riconosciuta. E poi c’è Lorena, dipendente provinciale. Una donna forte che rimane vedova da giovanissima e con una figlia da crescere.

I due si incontrano 40 anni fa: «non eravamo più giovanissimi, io ero mamma e Alberto aveva già due figli dal suo precedente matrimonio. Il nostro è stato un amore maturo ma profondo». Un amore che dura da 40 anni, fatto di viaggi, di incontri e di volontariato. Alberto e Lorena, infatti, diventano famiglia affidataria di tanti bambini.

Ma qualcosa nove anni fa sconvolge la loro vita: Alberto ha l’Alzheimer. «Io sapevo già che qualcosa non andava – racconta Lorena – non mi sono stupita di quella diagnosi ma il dolore è stato improvviso, ho provato paura per lui, per noi». Una notizia che irrompe nella loro vita e li atterrisce.

LORENA, come ha reagito?

«Io sapevo che qualcosa non andava, Alberto non era lo stesso di sempre ma sentire la diagnosi mi ha distrutta. Mi sono sentita sola e abbandonata».

Perché sola?

«Perché sapevo che da lì in avanti avrei dovuto scegliere per entrambi. Sapevo che non avrei più potuto contare su di lui, dalle piccole alle grandi cose. Dalla gestione della casa alla manutenzione dell’auto, ora dipende tutto da me, fino alle scelte più difficili».

Quali?

«La sua gestione. Scegliere se affidarsi a quella cura piuttosto che a un’altra. Alberto ha preso delle medicine all’inizio della sua malattia ma gli effetti collaterali era troppo debilitanti, lui era completamente assente. E così ho deciso di interrompere la somministrazione di questi psicofarmaci».

Qual è la parte più difficile?

«La parte più difficile è metabolizzare la notizia, accettare la malattia. E’ un percorso interiore, io ho lavorato tanto su di me. E’ difficile accettare che non ci sia niente da fare, l’Alzheimer farà il suo corso e non ci resta che accettarlo. Una cosa però possiamo sceglierla».

Cosa?

«Possiamo scegliere se reagire o subire, e possiamo scegliere come reagire. Io ho deciso di accettarlo con il sorriso e con l’amore. Sono molto fisica con lui, perché lo ero anche prima. Ho dovuto reagire per entrambi, Alberto ha un bisogno continuo di essere rassicurato ed io sono qui per lui».

Cosa le manca di più?

«Tutto. Alberto era un uomo dinamico e di grande cultura, ora non sa più dove si trova. Mi manca viaggiare o anche soltanto poter pensare di viaggiare io e lui, come abbiamo sempre fatto. Lo spazio e il tempo sono per lui ormai incomprensibili. Ogni notte mi chiede dove dormirà ed ogni notte io gli faccio vedere la stanza. Ogni notte, come se la notte prima non fosse mai esistita».

La sua forza può essere d’esempio ad altre famiglie che vivono questa tragedia. Cosa si sente di dire?

«Vorrei dare loro forza, dirgli che non sarà facile ma che si deve combattere. Le persone malate di Alzheimer non si possono curare ma si possono accudire. E soprattutto non bisogna nascondersi o vergognarsi, è necessario condividere e parlarne. Io faccio parte di un’associazione nazionale e condividere la mia esperienza con altri che la vivono mi fa sentire meno sola, mi fa sentire capita ed ascoltata. In fondo la vita è fatta di incontri e relazioni e non possiamo permettere alla malattia di portarci via anche questo».