Forlì, 20 aprile 2017 - Per la prima volta viene rivelato il contenuto della lettera-confessione che Rosita scrive la mattina del 17 giugno. Il giorno della tragedia. Otto fogli di quaderno scritti a penna sul sedile dell’autobus che porta la ragazza da Fratta Terme, dove abita coi genitori e il fratello, al liceo classico di Forlì, la sua scuola. Destinazione finale del suo tragitto. A leggere lo scritto in aula, ieri mattina, è il luogotenente Gino Lifrieri, sentito come testimone d’accusa, unico della giornata. La lettera ha un antefatto. Decisivo. Due giorni prima, il 15 giugno, i genitori di Rosita, gli imputati odierni, scoprono che la ragazza, a metà maggio, ha rubato il cellulare al padre. Uno smartphone con cui Rosita può così comunicare via whatsapp con le amiche. Prima, col suo cellulare, non poteva farlo.

Il furto viene scoperto il 15 giugno. I genitori vanno su tutte le furie. E mettono in piedi quello che Rosita stessa, alle amiche, definirà un «interrogatorio poliziesco dalle 9 di sera alle due di notte...». Il giorno dopo Rosita scriverà gli ultimi sms alle amiche. «I miei hanno scoperto il furto... Hanno detto che mi denunciano e mi mandano in una casa-famiglia per punizione... Hanno detto che annulleranno il mio anno di studio in Cina... Domani mi ammazzo...». Le amiche sono sconvolte. Cercano di chiamare Rosita. Senza riuscirci. Le spediscono una pioggia di messaggi, che però arrivano sul telefono che è tornato in uso al padre. «Ti veniamo a cercare... non potremmo sopportare di vivere senza di te...». Appelli strappacuore. Inutili. Verranno letti solo dopo la tragedia, dai carabinieri.

«Sono  le 9... sono in autobus...»: questo l’incipit dell’ultima lettera di Rosita. Un testamento choc. Un terribile atto d’accusa contro i genitori. Il documento è il perno dell’accusa, assieme al video che Rosita girerà sul tetto della scuola col suo cellulare. Video che è il sunto sostanziale della lettera stessa.

«Sono in autobus e tra poche ore non vivrò più... Ho paura... Ma non ho più uno scopo... La morte porrà fine a questo dolore... Mi dispiace che non mi abbiate accettata (scrive Rosita rivolta ai suoi genitori)... Mi dispiace... Colpa mia in fondo... Vi ho delusa con il furto?... Non mi pento di nulla... Sì giusto così... Mi avete detto che sono disgustosa e deficiente... e allora merito di morire... Mamma, avrei voluto avere un rapporto vero con te... E anche con mio padre ho sperato fino all’ultimo di avere un rapporto vero... Con mio fratello il rapporto è inesistente... Mi avete fatto male... Morirò senza sapere se mi avete voluto bene... Ma non m’interessano i vostri rimorsi... Vorrei vedere le vostre reazioni quando saprete della mia morte... Mi dispiace per le mie amiche... Avrei voluto essere felice, avrei voluto fare tante cose... Andare in Cina, fare felice delle persone... Ora ho la nausea... Mi batte forte il cuore... Ora i vostri soldi li spenderete per il mio funerale... Spero di morire subito... Chissà se morirò davvero...». Sono le 11.15 del 17 giugno. Due ore dopo, il tragico volo di 15 metri dal tetto del liceo.