Forlì, 11 novembre 2017 – Roberto Raffoni, 58 anni, è stato interrogato ieri per sei ore e mezza nel processo che lo vede accusato per maltrattamenti e istigazione al suicidio, per la morte della figlia 16enne Rosita, gettatasi dal tetto del liceo classica nel giugno 2014. Ecco i passi salienti dell’udienza.

Il pm Sara Posa chiede a un certo punto: È vero che lei come primogenito preferiva un maschio, signor Raffoni?

«Sì. Ma solo perché nel nostro ordinamento il cognome viene trasmesso per via paterna...».

È per questo quindi che lei spesso a Rosita ricorda il fatto della primogenitura maschile?...

«Sì. Ma non lo facevo certo per sminuire il mio affetto verso Rosita... Era un fatto tecnico ineluttabile che Duilio fosse il primogenito...».

Sì ma di questo forse Rosita soffriva visto che nei messaggi alle amiche lo sottolinea spesso: ‘Io per i miei genitori sono solo un peso, una nullità...’.

«Mai detto a Rosita che era un peso... Le volevamo tutti bene...».

Che figlia era Rosita, signor Raffoni?

«La più bella del mondo. Perfetta». (Roberto Raffoni si ferma. Parla da un paio di ore. Fin lì è glaciale. Ragionieristico. Ma ecco che si tocca la fronte. Ha un nodo alla gola. Poi si riprende). «È stata la bambina più bella e brava più del mondo. Poi è successo qualcosa. Non so che cosa... Forse come padre non sono riuscito a capire fino in fondo i cambiamenti di mia figlia...». (L’imputato appoggia i gomiti al tavolo. Ha un altro blocco. Ma di pochi istanti. Poi si ricompone. Si aggiusta la giacca. Fissa di nuovo il presidente della Corte, Giovanni Trerè).

Quali sono questi cambiamenti?

«Non mi riferisco a un fatto particolare...». (A questo punto, alle 11.59, dopo oltre due ore di deposizione, il presidente Trerè afferra il microfono).

Mi scusi ma questo è il cuore della vicenda. Spieghi meglio in che modo sua figlia è cambiata?

«Dopo i 13 anni non andava più bene niente. Qualsiasi cosa che facessi era sbagliata. Mi accusava di tutto...».

(Interviene di nuovo il pm Posa)

La accusava anche di ‘Non fare un cavolo tutto il giorno, di essere un nullafacente, un mantenuto del cavolo...’, come scrisse Rosita alle amiche...?

«Sì. Ma io le risposi che quando era nato Duilio mi ero dimesso dal lavoro per seguire da vicino la famiglia... E poi mia moglie s’era messa in proprio e io la aiutavo.. Io facevo tutto. Le pulizie. La accompagnavo a scuola. La portavo dal dottore.... Ma lei mi accusava.. Rifiutava di abbracciarmi.. E pensare che quando era piccola la prendevo in braccio, le andavo a dare la buonanotte...».

Rosita si sentiva rifiutata da lei e sua moglie. Anche quando è stata male (aveva una patologia all’utero) voi la trattavate con distacco...

«No mai. L’abbiamo portata dai medici e le siamo sempre stati vicini».

Rosita diceva che le impedivate di vedere le amiche, di comprarsi degli abiti, il cellulare nuovo?

«No mai. Non abbiamo mai negato nulla a nostra figlia».

Rosita alle amiche scriveva: ‘Vivo in un buco di c... di posto... Facciamo una vita da morti di fame solo perché mio padre è un nullafacente... Andasse a lavorare...’.

«A mia figlia non è mai mancato nulla...».

Quindi lei s’inventava tutto?

«Non lo so... Ma noi non facevamo una vita da morti di fame...».

(Poi il pm incalza l’imputato sugli ultimi sviluppi: due giorni prima del suicidio i genitori scoprono che Rosita ha rubato lo smartphone del padre per chattare con le amiche, perché non aveva il cellulare con whatsapp. Il padre racconta così quei momenti).

«Per me e mia moglie fu uno choc scoprire che nostra figlia era una ladra... Aveva di colpo perso tutta la nostra fiducia... Le dicemmo che così non sarebbe andata in Cina per studio... Allora lei replicò dicendo: ‘Se non vado più in Cina mi butto dal liceo’...».

È vero che il giorno dopo quando Rosita tornò a casa lei la accolse dicendo: ‘Ah sei ancora qui... Quindi non ti sei buttata dal liceo’?

«Sì.. ma era solo una battuta...».

(Riprende la parola il giudice Trerè) Ma si rende conto che questa è una battuta quantomeno infelice?

«Sì... ma era una battuta...».

(La mattina dopo Rosita si suicida... Lo annuncia alle amiche... Che le rispondono disperate... Ma il cellulare ce l’ha il padre che legge i messaggi. Riprende la parola il pm).

Perché non s’è preoccupato di cosa stesse succedendo?

«Non avevo capito la situazione...». (Dopo sei ore l’imputato è prostrato. Si commuove ancora solo quando ripensa al cadavere della figlia sul selciato. Poi ribatte stizzito al pm: «Abbiamo impedito i funerali pubblici solo perché era una sofferenza per noi ricevere tante persone... Ma lei lo sa cosa vuol dire perdere un figlio? Lo sa? Lo sa?»).