Forlì, 11 febbraio 2018 - Circa duecentoventi firme, raccolte in appena due giorni. A Forlì il mondo della scuola è entrato in subbuglio per il processo sulla morte di Rosita Raffoni, una 16enne che nel 2014 si gettò dal tetto del suo liceo classico. Gli imputati sono i genitori: la madre Rosita (si chiama come la figlia) è accusata di maltrattamenti, il padre Roberto anche di istigazione al suicidio. Ma nell’udienza più recente, il 1° febbraio, è del ruolo dei prof che si è discusso.

C’erano quella di chimica, poi di inglese, il sacerdote che insegnava religione: «Non ci siamo mai accorti del suo disagio». Rosita aveva voti altissimi. Di fronte a quelle testimonianze, il giudice Giovanni Trerè presidente della corte d’Assise si rivolge direttamente ai docenti: «Da voi insegnanti ci si aspetta di più. È emerso il disagio di Rosita e voi dite che non vi siete accorti di niente. Se aspettate segni chiari e palesi, allora queste cose continueranno». 


Ieri i prof del liceo classico hanno diffuso una lettera. È partita dagli insegnanti della giovane suicida. Ma l’hanno firmata circa in settanta nella scuola. Per solidarietà altri centocinquanta colleghi, di Forlì e non solo, l’hanno fatta propria. Una vera reazione alle parole del giudice. In cui gli insegnanti – categoria da anni al centro di polemiche, dai politici alle stesse famiglie – dicono che non ci stanno a «essere socialmente deligittimati». «Capro espiatorio». «Isolati nel dolore». Al contrario, rivendicano di avere un’«alta professionalità», «profonda passione». Si sono sentiti «impotenti» davanti alla tragedia. Di certo, non hanno «superpoteri». Riferimento chiarissimo alle frasi del giudice: «C’è chi afferma che i ragazzi si suicideranno finché noi non riusciremo a vedere ciò che è occulto e a prevedere il futuro più e meglio dei loro genitori, amici intimi, medici, sacerdoti». La scuola sottolinea che queste parole sono iniziativa di un gruppo di insegnanti. Le ferite aperte dalla morte di Rosita continuano a bruciare.
 

LA LETTERA APERTA DEI PROFESSORI - "Appartengo alla categoria dei docenti che hanno dovuto annoverare, tra le dolorose esperienze di vita, anche la morte prematura di un proprio allievo e che si sono sentiti impotenti di fronte a una tragedia inopinata. Potrei aggiungere che ho un’alta professionalità certificata, una profonda passione per il mio lavoro e un altrettanto profondo rispetto per le giovani menti che ho il compito di formare (non di addestrare), a cui regolarmente mi affeziono, ma tutto ciò pare non basti per ottenere il rispetto sociale: nonostante gli esperti affermino (noi li interpelliamo spesso, sa?) che il riconoscimento del disagio e la prevenzione dei gesti estremi siano materia delicatissima e sfuggente a modalità stereotipate e prevedibili, sembra che a volte si pretenda che possediamo i ‘superpoteri’ per ipotizzare e capire oltre la realtà umanamente percettibile. C’è anche chi afferma pubblicamente che i ragazzi si suicideranno finché noi non riusciremo a vedere ciò che è occulto e a prevedere il futuro più e meglio dei loro genitori, dei loro amici intimi, dei loro medici, dei loro sacerdoti. Chiedo allora ai lettori: essere delegittimati socialmente (improduttivi, antipatici, impiccioni se chiediamo collaborazione, deboli se veniamo accortamente insultati) è un incentivo per gli adolescenti a considerarci efficaci interlocutori e, magari!, solutori dei loro problemi extrascolastici? Perché dovrebbero fidarsi di una categoria che molte loro famiglie mal sopportano o disprezzano? La sensazione più diffusa è che siamo isolati di fronte a tutto quanto la società non sa gestire e che trovare un facile capro espiatorio per ogni situazione non giovi davvero a nessuno. Certamente ci sentiamo isolati nel dolore (sì, lo proviamo ancora) per aver perso una splendida giovane mente che amava molto studiare con noi". Firmato: Gli insegnanti del liceo classico ‘Morgagni’ di Forlì.