Forlì, 23 marzo 2017 - Che giornata, quella del 24 marzo 2015. Una parata di imprenditori spaesati, con tanto di traduttrice, i soci di minoranza De Girolamo e Maurilli e il manager Sandro Gasparrini. Tutti sorridenti e fiduciosi attorno al Re Sole di Air Romagna, Robert Halcombe. «Siamo pronti a decollare, tra dieci giorni avremo le ‘chiavi’ dello scalo», disse Halcombe, con in mano il 92% delle quote della società di gestione, proprio davanti all’aerostazione.

Ecco, quella fu una delle tante promesse che non si sono mai avverate. E quel giorno Halcombe fu davvero incontenibile, disegnando un futuro da scalo stellare per il Ridolfi. Con lui c’erano Kitt Watson, presentato come «erede della famiglia che ha creato l’Ibm» e ceo della Watson Private Equity, il direttore finanziaria della stessa, John Cox e Alexander Watson, alla guida della società ‘121 Catering’. La stessa, tanto per far capire le ambizioni, che si occupava del servizio di catering sull’Air Force One che ai tempi trasportava nei cieli Barack Obama.

Voli commerciali, cargo, manutenzione e costruzione di elicotteri (Halcombe annunciò di aver preso contatti con l’azienda Curti di Castel Bolognese), collaborazioni con l’università e con l’Enav. Mancò solo l’annuncio della pace tra Israele e Palestina. «Non stiamo dormendo, c’era da superare la burocrazia», un’altra dichiarazione. Evidentemente la burocrazia Halcombe non l’ha mai superata. O forse il suo progetto imprenditoriale non aveva le risorse necessarie per partire. La rassegna stampa di questi anni è implacabile.

Prima l’annuncio del volo Forlì-Washington, poi quello di voler investire 25 milioni di euro del Ridolfi, poi quella di assumere 30 dipendenti fino – qui il colpo di classe, come il gol di Nicola Berti all’Olympia Stadion contro il Bayern, anno 1988 –: «sì, con tutto il lavoro che avrò da fare comprerò casa a Forlì».

l. b.