Forlì. 4 dicember 2017 - «Risanamento». «Uscita dalla crisi». «Nuova fase di stabilità». Queste le parole della nota diffusa ieri dal Credito di Romagna, in cui viene annunciato l’ingresso di Sc Lowy: sabato, infatti, l’assemblea straordinaria degli azionisti ha dato l’ok alla holding finanziaria che ha sede a Hong Kong e uffici a Londra, «operatore indipendente nel trading a reddito fisso».

Secondo quanto trapela, l’investitore è pronto a versare almeno 40 milioni di euro assumendo il controllo dell’istituto con oltre il 90% delle quote. Si tratterebbe – dopo il vaglio di Bankitalia e Bce – del primo istituto di credito italiano controllato da capitali stranieri non bancari.

Sc Lowy possiede già una banca in Corea del Sud: nel 2013 ha acquisito la Shinmin Mutual Savings Bank di Seul, oggi rinominata ‘Choeun’ (che in coreano significa ‘buono’). Fondata nel 2009, la multinazionale della finanza ha effettuato operazioni in questi otto anni per un valore superiore a 55 miliardi di dollari, ed è una delle prime realtà del settore nell’Asia affacciata sul Pacifico, ma anche tra Europa, Africa e Medio Oriente.

Il fondo Sc Lowy possiede già una banca in Corea del Sud

«È uno specialista nel settore dei bond ad alto rendimento e dei crediti deteriorati – spiega il Credito di Romagna –. È in grado di competere con le grandi banche di investimento per capacità di reperimento fondi e distribuzione, oltre che di mobilitazione di capitali. Creerà valore per gli azionisti, i clienti, i dipendenti e tutti gli stakeholders».

«Abbiamo trovato in Sc Lowy un investitore qualificato - dice Massimo Versari, presidente del consiglio di amministrazione del Credito di Romagna,- . Era quello che imponeva Bankitalia dopo il removal, dovevamo farcela entro il 31 dicembre e ci siamo riusciti». In caso contrario le conseguenze sarebbero state drammatiche: «La liquidazione della banca. Dal 2014 al 2017 abbiamo avuto perdite complessive superiori a un terzo del capitale. In queste condizioni, non avremmo avuto più il patrimonio sufficiente per operare». Ora la tempesta sembra passata, conclude Versari: «Abbiamo un partner molto serio, finanziariamente solido, che già conosce il settore, metterà liquidità e ha intenzione di investire sul territorio».

L’istituto di via Ravegnana dovrebbe essere arrivato alla svolta decisiva, dopo anni contrassegnati dai difficili rapporti con Bankitalia: nel 2010 il primo caso, con l’amministrazione controllata durata 14 mesi a causa dei legami con San Marino; poi nel luglio 2016 l’applicazione del ‘removal’, una mossa adottata per la prima volta nel nostro Paese con l’effetto di allontanare il management. Motivo? La Banca d’Italia chiedeva discontinuità rispetto al 2010.

Il commissario liquidatore mandato da Roma, Giuseppe Pallotta, ha esaurito il proprio compito a maggio. Al suo posto, il consiglio d’amministrazione aveva nominato Claudio Gorla, il cui mandato scade il 31 dicembre. La stessa data che era diventata, di fatto, la dead line per lo stesso Credito di Romagna.

Le difficoltà economiche dell’istituto iniziano nel 2011, quando via Ravegnana entra nell’orbita di Veneto Banca. Questo – sottolineano fonti vicine al vecchio management – avveniva su indicazione della stessa Bankitalia.

I problemi esplodono quando i 5,8 milioni di euro investiti nell’istituto trevigiano vengono svalutati ad appena 14mila euro. Un tracollo che condiziona per oltre il 50% delle perdite nel bilancio 2015. La Bce blocca l’ingresso del Credito in Veneto Banca. Il 29 giugno 2016 Giovanni Mercadini, che nel 2004 era stato il fondatore, rimette l’incarico di direttore generale.

I primi tentativi di trovare un nuovo partner vanno a vuoto. Anche in quei giorni difficili di due estati fa, i vertici della banca avevano comunque professato fiducia: «Abbiamo 24mila clienti contro i 16mila del 2011, siamo solidi. E tutti uniti ce la faremo».