Stefano Barchi era stato chiamato d’urgenza per un guasto ad alcuni macchinari. Forse un gesto banale come raccogliere un cacciavite potrebbe essere stato fatale. La magistratura dovrà verificare se in quel momento esistevano tutte le condizioni di sicurezza previste dalla legge
Forlì, 1 luglio 2008 - Il sudore, l’umidità opprimente. E poi un cacciavite, che cade a terra. Stefano Barchi, 34 anni, elettricista di Forlimpopoli, si piega per riprenderlo. Un gesto che si fa d’istinto, decine di volte al giorno. Ma una mano forse sfiora il quadro elettrico. Mano sudata. E il sudore è acqua, che è un conduttore elettrico formidabile. In quel gesto, trascurabile, quotidiano, s’intravede la morte di Stefano Barchi, sposato, padre di figli piccoli. Forse, con la mano intrisa di sudore, Stefano tocca qualcosa del quadro elettrico vicino al quale sta lavorando — un filo, un fusibile? —, e in quell’istante un lampo s’accende, spegnendo la sua vita. Sono le 19.30 di domenica. Una morte caduta all’istante (inutili i tentativi di rianimarlo da parte dei soccorritori del 118), all’interno dell’allevamento 'Amadori' di San Vittore di Cesena (Stefano era stato chiamato d’urgenza per un guasto ad alcuni macchinari).
Oggi il pm che indaga su questa morte sul lavoro, Fabio Di Vizio, incaricherà un medico legale di eseguire l’autopsia al corpo di Stefano. La dinamica dei fatti è ancora, per gli inquirenti, un’ipotesi di lavoro (davvero è stato un po’ di sudore a folgorare Stefano?). Capire i perché di questa tragedia è l’obiettivo finale dell’inchiesta aperta dalla procura per omicidio colposo. Nelle prossime ore verrà iscritto il nome del responsabile della sicurezza sul lavoro della Amadori. Un atto dovuto. Ma compito della magistratura sarà anche quello di verificare se in quel momento esistevano tutte le condizioni di sicurezza previste dalla legge.