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IL PASSATO SOTTO LE MACERIE

Era l'hotel privato di Mussolini
Rocca delle Caminate in rovina

Il castello costruito negli anni Venti su rovine medievali è al centro di un parco di 8 ettari. Ormai consumato dal tempo e saccheggiato ripetutamente, riceverà un intervento di restauro per 600mila euro nel 2009

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Rocca delle Camminate Forlì, 11 luglio 2008 - C'entrano solo i ladri. Dal pesante portone di legno sono spariti supporti e chiavistelli e al secondo piano una finestra aperta segnala l’ultima, ennesima incursione. Non scoraggia i malintenzionati, il muro di cinta; eppure dentro non c’è più nulla da portare via. E’ stata saccheggiata quanto le piramidi egizie, la Rocca delle Caminate, ormai consumata dal tempo: le crepe si fanno più profonde, il legno marcisce, le erbacce proliferano.

 

Ieri siamo entrati nel castello costruito negli anni Venti su rovine medievali. Accompagnati da Fausto Raineri, del servizio manutenzione fabbricati della Provincia, l’ente proprietario della Rocca, e da Vittorio Dall’Amore, capogruppo di An-Pdl, che da una vita sollecita il recupero dell’edificio che fu la dimora estiva di Mussolini. Gli unici segni di vita sono fuori, nell’ex caserma dei carabinieri affidata in gestione agli scout dell’Agesci che vi organizzano i loro campi. Qui, nel lato nord delle mura, una ditta è al lavoro per rimettere in sesto un pezzetto della fortificazione: il ripristino costerà 90 mila euro.

 

Al centro del parco di 8 ettari, fra cipressi, roveri, lecci e frassini, si erge la torre su cui spiccava il faro che lanciava fasci di luce tricolore, visibili fin dal mare. Sul lato nord-ovest è netta la crepa, una ruga che s’insinua nella facciata. L’edificio è tenuto sotto controllo, monitorato, qualche tempo addietro sono stati fatti interventi per la sicurezza di consolidamento al muro di cinta e il prossimo anno sono in programma opere per 600 mila euro. Sempre rattoppi, ma indispensabili.

 

Si sale su una scala stretta, fino al primo piano. La foresteria svela una chicca: il soffitto in legno, a cassettoni, mentre lo studio che fu del capo del fascismo conserva ancora le decorazioni alle pareti. Ma la piazza d’armi è coperta di vegetazione ed è completamente spoglia la grande sala dove si riunirono i ministri della Repubblica Sociale per la prima volta, nel 1943. Oltre 200 metri quadri: niente pavimenti, mura scrostate, tutto è al grezzo. Non esistono più neppure le pareti divisorie fra le stanze: vasti ambienti scarni, polverosi. Solo gli infissi installati non molto tempo fa permettono un certo riparo.

 

Un'altra saetta angusta immette nella torre della rondinaia, sentinella sulla pianura. Il tetto è un solarium d’eccezione, dal camminamento fra i merli si vede Predappio appena di sotto e in lontananza il grattacielo di Cesenatico. Il castello fu ricostruito fra il 1924 e il 1927: quando la federazione provinciale fascista lo rilevò era un cumulo di macerie. Il restauro fu piuttosto «libero»: i due piani trasmettono l’idea della fortezza. L’inaugurazione avvenne il 30 ottobre 1927 e per tenere a battesimo il faro arrivò Luigi Federzoni, leader dei nazionalisti italiani.
"E’ un peccato che la Rocca sia ancora in queste condizioni — dice Dall’Amore — . Di chiacchiere ne ho sentite tante, purtroppo un progetto vero non c’è. E’ chiaro che di un edificio con questa storia si possono fare solo alcuni usi. Un museo, un utilizzo di tipo universitario, in parte commerciale, ma senza svilirlo. Di soldi ce ne vorranno tanti, dunque o si mettono insieme gli enti locali, l’università e i privati, oppure tutto andrà in malora".

 

Non è tanto la storia a ostacolare il restauro di Rocca delle Caminate. Serve un progetto chiaro e realizzabile, anche se è vero che è uno dei palazzi simbolo del fascismo, rimasto in possesso di Donna Rachele fino negli anni Sessanta, quando la vedova Mussolini la cedette (si dice per 50 milioni di lire) all’Opera nazionale maternità e infanzia, che avrebbe dovuto ricavarne un istituto per i bambini disabili. Non se ne fece nulla e anni dopo la proprietà passò all’amministrazione provinciale. Poi decenni di ipotesi, idee, previsioni. Niente in concreto, se non qualche intervento per evitare il peggio. L’enoteca della Romagna, un grande centro convegni, un museo: ogni tanto ne viene fuori una nuova. Finora è mancata un’idea forte, che partisse dalla destinazione finale e individuasse con coerenza le forme di gestione e i fondi per perseguire lo scopo.

Fabio Gavelli










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