La donna, 88 anni, ora è accusata con il figlio medico di tentato omicidio: iniettò al fratello una dose di cloruro di potassio. L'uomo fu salvato in extremis e morì nel 2004 per cause naturali. Il pm ha chiesto il processo
BOLOGNA, 5 dicembre 2008 - HA INIETTATO una dose di cloruro di potassio nel braccio del fratello, per porre fine alle sue sofferenze e a una vita da anni segnata dalla malattia. Un gesto compiuto per «motivi di pietà», come recita lo stesso capo di imputazione, ma che non ha evitato alla donna, Leda Fiumana, 88 anni residente a Forlì, l’accusa di tentato omicidio volontario aggravato. Voleva uccidere il fratello Antonio, forlivese di 71 anni, ricoverato nel reparto di terapia intensiva di una clinica privata di Bologna, dopo aver subito un delicato intervento al cuore da cui era uscito in condizioni disperate. L’uomo, da tempo sofferente di gravissime patologie, era in stato di coma irreversibile, intubato, iperventilato, nutrito con le sonde. Per questo la sorella, che l’accudiva da vent’anni, ha preso la tragica decisione di praticare al congiunto l’eutanasia. Il suo tentativo, però, è fallito perché i medici, richiamati dai macchinari impazziti dopo l’iniezione, sono riusciti a salvare il paziente pur a tracciato cardiaco ormai piatto.
DA QUEL giorno, il 3 febbraio 2004, sono accadute molte cose: Antonio Fiumana è morto per cause naturali quattro mesi dopo (in un’altra struttura) e Leda è finita sotto inchiesta a seguito dell’esposto presentato dalla direzione della clinica. Ma non è finita nei guai da sola: con lei deve rispondere di concorso in omicidio volontario anche il figlio (nonché nipote di Antonio), Franco Naccarella, 57 anni, noto cardiologo e all’epoca dei fatti presidente dell’Associazione medici cattolici di Bologna, che si batte proprio contro l’eutanasia. Ieri si è svolta l’udienza preliminare davanti al gup Milena Zavatti, visto che il pm Luigi Persico aveva chiuso l’indagine con due richieste di rinvio a giudizio. Tutto però è stato rinviato al 19 febbraio, quando verrà conferito dal giudice l’incarico di effettuare una super perizia, come chiesto dall’avvocato Massimo Jasonni, difensore di Naccarella (il pm non si è opposto).
I periti dovranno accertare se la dose di potassio iniettata (Leda avrebbe usato una siringa di dimensioni medio-piccole) fosse idonea a uccidere il paziente. Secondo i consulenti del pm, lo era eccome: pur essendo la dose modesta, viste le precarie condizioni di Fiumana, era sufficiente a provocarne la morte. «Con premeditazione ha compiuto atti idonei a cagionare la morte del fratello — recita il capo di imputazione di Leda —, praticando al congiunto, durante una visita, l’abusiva somministrazione di un farmaco che conosceva come controindicato rispetto alle sue condizioni». Ora però saranno altri periti, super partes, a dover dire se quella dose di potassio era letale. In caso contrario, ovviamente, cadrebbe l’accusa di tentato omicidio.
MA c’è un altro aspetto importante in questa vicenda. Leda Fiumana agì da sola. «Di propria iniziativa — scrive il pm —, intervenendo senza il consenso del paziente, non in grado di prestarlo validamente per le sue condizioni di quel momento». La donna, davanti al magistrato e al giudice, ha infatti confermato: «E’ stata una mia iniziativa, quella non era una vita possibile. Mio fratello ha sofferto per troppi anni e ormai era un morto vivente, in stato di incoscienza, paralizzato e alimentato da una macchina». Ha già chiesto di patteggiare una pena, la minore possibile, a tre anni di carcere (richiesta a cui il pm si è associato). Ciò nonostante, è finito nei guai anche il figlio cardiologo, accusato di aver agevolato in qualche modo il progetto della madre. Questo perché, dai racconti di entrambi, è emerso che Franco Naccarella spiegò alla mamma che, con le nuove tecniche della medicina, era facile porre fine alla vita di un uomo. «Un’iniezione di potassio e via», le disse. «Ma non immaginavo, e neppure volevo, che mettesse in atto un simile progetto», si è difeso.
Persico, però, non la vede così: «Leda Fiumana — scrive — formulò quesiti che ben facevano intendere il progetto che stava elaborando, sia pure per ritenuti motivi di pietà, e ottenne prima dal figlio medico le spiegazioni teoriche sugli effetti del potassio e l’indicazione che fiale di tale sostanza erano contenute nella valigetta di pronto intervento del figlio, esistente nell’abitazione della donna di Forlì, come normale dotazione».
di GILBERTO DONDI
Diciassettenne, frequenta il liceo scientifico Calboli. Valbonesi è già autore di tre film e in procinto di presentarne un quarto, ‘Love Link’