L'azienda metalmeccanica di Carpena è stata aperta nel 1974 e conta 35 dipendenti, ora in cassa integrazione. Per effeto della crisi della Bonfiglioli, il fatturato è sceso da 480mila euro a 60mila euro in un anno
Forlì, 8 luglio 2009 - «Giugno si è chiuso con un fatturato di 60 mila euro, contro 480 mila dello stesso mese nel 2008. E’ vero che l’anno scorso è stato eccezionale, ma oggi le prospettive sono grigie: se continua così a settembre sarò costretto a chiudere l’impresa». E’ emblematica la storia di Giancarlo Berti, titolare della Formec, azienda metalmeccanica con sede a Carpena.
Simbolo delle tante piccole imprese che sono a rischio di scomparsa. Rappresentano il cosiddetto ‘indotto’, cioé producono per conto di altre industrie, più grandi e note. Nel caso di Formec, è la Bonfiglioli, che ne assorbiva il 60% del giro d’affari. Finché il gruppo bolognese viaggiava in quinta, anche nelle piccole imprese si tirava la carretta. Poi, all’improvviso, il crollo. Quando il colosso si busca un raffreddore, per l’unità di qualche decina di dipendenti (Formec ne ha 35) è una polmonite.
Dal primo gennaio i lavoratori sono in cassa integrazione. «Faccio il tornitore alla Formec dal 1987, una crisi così non l’ho mai vista. Spero che la ripresa sia alle porte, se no devo cercarmi un altro posto», dice Umberto Santucci, che da due mesi è a casa.
Berti non è ottimista. Ha esperienza da vendere, l’ha accumulata in 35 anni. Cominciò nel suo garage, al Ronco, poi fondò la Formec, nel 1974. E’ contitolare anche di un’altra piccola impresa, la AB Meccanica. Appena un anno fa ha acquistato un macchinario da 750 mila euro. «A novembre si lavorava dalle 6 alle 23, su un doppio turno, con un’ora di straordinario — racconta l’imprenditore — . La Bonfiglioli non ha azzeccato le previsioni e spingeva per farci produrre di più, ma adesso ho un magazzino di pezzi pronti da 200 mila euro che l’azienda non ha ritirato. Io, come altri qui nel Forlivese, abbiamo commesso un errore negli anni passati: legarci a filo doppio alle sorti di un solo cliente, sia pure solido e importante. Tuttavia la colpa della crisi non è di Bonfiglioli, ma è nata dalla finanza che ha gonfiato un’economia di carta. I concorrenti del gruppo bolognese la soffrono allo stesso modo».
All’inizio dell’anno la brusca frenata. Le commesse cadute della metà, la cassa integrazione. Negli ultimi mesi il declino si è intensificato. La prossima settimana nel capannone di Carpena saranno presenti Berti, i suoi quattro soci e un paio di dipendenti.
«Purtroppo ho l’impressione che non abbiamo ancora toccato il fondo. Aspetto fino a settembre: se non si vedono spiragli, la scelta è obbligata. Possono rilevare l’attività i miei soci, che sono in gamba, altrimenti si chiude. Io sono in grado di pagare i mutui e gli operai; dopo tanti anni di lavoro, di tasse pagate, vorrei risparmiarmi il disonore del fallimento».
Come altri imprenditori, Berti è irritato dal comportamento delle banche. «A fronte di un finanziamento di 300 mila euro mi sono state chieste garanzie per 450 mila. Danno credito solo in presenza di situazioni solide, con proprietà immobiliari intestate. Alle imprese in difficoltà chiudono i rubinetti, così le affondano».
di Fabio Gavelli
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