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I contadini: "Per fortuna vendiamo ai cinesi"

Ore 5, il test del mercato

La lamentela al mercatone: "Cavoli o kiwi, brutti ma buoni. E per questo restano lì"

 

di Maurizio Burnacci

Il mercato a Forlì (foto Fantini)
Il mercato a Forlì (foto Fantini)

Forlì, 31 gennaio 2012 - SIA QUEL CHE SIA, la crisi è il pezzo forte del mercato. Entra in sforbiciata da tutte le parti. Si fa largo gelida nel ‘mercatone’ di viale Vittorio Veneto. Dove s’incrociano ammiragli e marinai della terra. Tutti insieme, senza recinti, a sfidarsi sui prezzi d’un cavolo, d’un kiwi o di un ravanello («A quanto me lo metti il variegato di chioggia?»; «Uno e venti, non di meno!»). E due, tre centesimi, fanno la differenza. Così si contratta. Fino all’ultimo, sulle bietole da costa o l’invidia riccia, sui san Marzano o sui porri.
 

E non ci sono scuse se gli affari vanno male; solo accuse contro questo nemico pubblico, la crisi. Ma è così grave? «Sì, decisamente»: è netto il giudizio di Davide, gestore di una delle aree di vendita di questo gigantesco spazio comunale. Dove ogni mattina vengono smistati quintali di frutta e verdura; e dove il giro d’affari è fatto di voluttà diffusa di banconote ed euri ed eurini spicci che — lestissimi — passano di mano in mano dopo pesate rapide in bilance che giustiziano la mercanzia. Ma davvero fanno giustizia ai consumatori? Sì perché qui si decidono i prezzi delle cose che poi troviamo in negozi e banchi ambulanti. Tariffe guida; che dettano le dritte anche dei supermercati (e viceversa).
 

«QUI DA NOI si sta ancora abbastanza bene — rimarca Davide —. Ma è solo perché da altre parti, in altri mercati regionali, va male. E questo non è bello. Questo può voler dire che prima o poi l’onda arriverà anche qui. Stiamo pronti». Braccia sfrontate di uomini e donne afferrano cassette sui mucchi. Il torpore del mattino qui non esiste. La fulmineità è fondamentale. Se arrivi prima fai l’affare migliore. Gli orizzonti sono mobili, le frontiere permeabili. Si va da una parte all’altra. «Il giro d’affari s’è dimezzato in un anno — dice Paride Lucca, ambulante, ex agricoltore di Forlimpopoli, che adesso gestisce con la figlia un banco ambulante —. Non conviene più fare questo mestiere. Ci sono le tasse da una parte e dall’altra i conti che non tornano mai. Come si fa ad andare avanti? I contadini stanno peggio. Tanto che io sono passato dall’altra parte. Però qui l’aria è brutta. Sempre più brutta...».
 

I CONTADINI stanno dall’altra parte del mercato. Eccoli. Giuseppe Pondini ha l’azienda a San Varano. Undici ettari, due di serra. «Lavoro in perdita da anni... Ho un figlio e una nuora che lavorano con me, ma se trovano da un’altra parte se ne vanno... Guardi, guardi qua: tutta roba invenduta (lattuga, spinaci, cardi...). Ho impiantato un frutteto che sforna pesche meravigliose, dolcissime. Ma non sono belle. Nessuno le vuole. E i cavoli? Tutti qui. Per fortuna giovedì me li comprano i ristoranti cinesi». Massimo Farneti, da Pievequinta, ha investito migliaia di euro in serre; ma il figlio, laureato in agraria, lavora in Olanda: «Non so quanto andrò avanti... Ci sono solo spese e tasse. Guardi questi kiwi. Buonissimi ma troppo piccoli. Adesso vengono preferiti quelli grossi, drogati, che arrivano da Spagna e Sudamerica e non sanno di niente. Però sono belli. Ma mi chiedo una cosa: dov’è finito il gusto delle persone»?

di MAURIZIO BURNACCI

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