Al setaccio i lavori nella villa. Finanza in Comune
di Maurizio Burnacci
Bertinoro (Forlì), 15 giugno 2012 -DAL LUGLIO 2005 fino a lunedì scorso «sono stati tutti al gioco... Sapevano che non era un gioco pulito. Perché non hanno detto nulla?». Se lo chiedono gli investigatori. Lo si legge chiaramente nell’ordinanza del giudice Giovanni Trerè. Ordinanza che — accogliendo le richieste del capo della procura Sergio Sottani e dei sostituti Fabio Di Vizio e Marco Forte — ha portato in cella Pierino Isoldi, decaduto imperatore del mattone di Romagna e accusato assieme ad altre sei persone di frode fiscale per 13 milioni, appropriazione indebita ed estorsione.
TRENTA le aziende che dal 2005 a lunedì scorso — giorno dell’arresto choc di Pierino — hanno lavorato al castello di via Colombarone, a Bertinoro. Un maniero di 4mila metri quadri calpestabili squadernati in quattro piani, più la torretta d’avvistamento che regna sul panorama che dai vigneti bertinoresi s’allarga alle spiagge rivierasche. È quel fortilizio spumeggiante di marmi rosa del Portogallo o di sodalite blu della Bolivia la chiave di tutto. È la villa che, dicono gli inquirenti, «potrebbe decretare la fine del regno di Pierino».
ARTIGIANI, società o cooperative — gran parte delle quali di Forlì e Cesena — tutte collegate al settore edilizio che — ribadiscono gli inquirenti — «sono state al gioco di Pierino». Gioco illecito. Ingranaggio fatto di fatture false e assegni firmati ‘a vuoto’, con allegata una dicitura ‘pagamento già ricevuto’, quando invece il pagamento (da Isoldi alle ditte appaltatrici) non era stato fatto proprio per niente. Sembra complicato; non lo è. Isoldi — dice l’accusa, avallata dal giudice — faceva figurare quei lavori eseguiti nei suoi cantieri sparsi per la Romagna — per esempio della ex Porta D’oro, a Ospedaletto di Bertinoro —; in realtà le ditte lavoravano per la sua villa; gli assegni e — le fatture — le emettevano intestandole alla ‘Isoldi Spa’, la capofila del Gruppo, con sede legale a Roma — nella mitica Piazza di Spagna. In questo modo per la sua villa — intestata al figlio Gabriele, ora sotto sequestro, e destinata alla confisca da parte dello Stato — risultavano lavori di routine. Ma soprattutto, in questo modo Isoldi sottraeva sangue dalla sua società: «Tanto quel sangue era delle banche», dicono gli inquirenti. Sì perché da due anni la Isoldi Spa è sotto amministrazione controllata, grazie a un prestito di quasi 20 milioni elargito da sette istituti di credito della Romagna (uno dei quali esposto da solo per quasi 10 milioni).
DECINE, centinaia i pagamenti fittizi ritrovati dagli uomini della Guardia di Finanza di Forlì che attestano — dice il giudice Trerè — «una condotta estranea al regolare perseguimento dell’oggetto sociale della società... procurandosi così un ingiusto profitto... in quanto si appropriavano dei beni della società Isoldi Immobiliare spa...». Assegni ritrovati a più riprese in questi mesi d’indagine, sia nella villa — chiamata ‘Campodelsole’ — sia negli uffici ‘imperiali’ di Pierino, in viale Matteotti o in piazza Saffi. Importi minimi, di 500 euro, e ipertrofici, fino a un milione e mezzo (alla fine il calcolo lievita a 13 milioni; una ventina invece le spese complessive per la villa).
Forniture di materiali vari, impianti elettrici, fognature, movimento terra, trasporti. Tutte le ditte che nel corso degli anni hanno implementato il principesco buen retiro di Isoldi sono adesso nel mirino della Finanza. Possono essere coinvolte anche loro? «Vedremo...» dicono gli inquirenti. «Certo — sostengono fonti di procura — il sistema è impressionante e sembra bene oliato. Fa quasi pensare a una prassi diffusa, ovviamente illecita... D’altronde anche le ditte avevano un vantaggio: potevano fatturare quello che volevano...».
di Maurizio Burnacci