La Procura: «Prezzi gonfiati e artifici vari con cui si celavano gli affari e le effettive perdite di bilancio...»
di Maurizio Burnacci
Forlì, 25 luglio 2012 - NELL’ENSEMBLE giudiziario-politico di Sapro l’unica certezza è il manicheismo. O di qua o di là. O luce o tenebre. Il predicatore Mani non avrebbe fatto meglio. Per la stragrande maggioranza dei politici, Sapro è stato un colpo di genio (della politica stessa). Una creatura semidivina, un po’ tra il laborioso lamento d’un piano quinquennale da soviet e il sonoro canto del libero mercato. Sapro comprava terreni malandati, agricoli, fatti di magre zolle riarse e li tramutava in scintillanti aree artigianali con strade, parcheggi, allacci per luce, acqua e gas. Così confezionate, quelle aree potevano essere rivendute alle imprese a prezzi agevolati. In questo modo le imprese stesse si trovavano la ‘pappa pronta’ e senza perdere tempo e quattrini in inutili lungaggini burocratiche si ritrovavano tra le mani la culla della loro futura azienda. Questa la missione della società: facilitare, incentivare, lo sviluppo produttivo. Un colpo di genio?
Per la procura Sapro è un mostro e basta. Partita con capitale meramente pubblico (così come pubblici sono i soci: vedere il grafico), Sapro per i sostituti procuratori che indagano sul crac da 110 milioni di euro maturati tra il ’95 (anno della fondazione) e il 2010 (anno del fallimento) è una slot machine avida di denaro e allo stesso tempo un immenso sotterraneo condotto bucherallato, capace di disperdere la propria acqua ovunque senza che nessuno sappia mai dove, come e quando.
VEDIAMO allora, nello specifico, i pilastri accusatori edificati in due anni di indagini dai pm Filippo Santangelo e Fabio Di Vizio, coordinati dal capo della procura Sergio Sottani. Un lavoro che ha trovato un primo sfogo dieci giorni fa, con la notifica di decine di perquisizioni nei confronti dei 25 indagati per bancarotta fraudolenta.
Quelle consumate nel corso degli anni sono condotte «di bancarotta fraudolenta, dissipatoria e documentale, che — scrivono i pm nella loro relazione allegata al decreto di sequestro — si sono articolate secondo svariati modelli comportamentali...».
Grazie a diversi «artifici contabili, veniva mascherato l’andamento degli affari e si celavano le effettive perdite della società, così da ottenere nuovi e imponenti finanziamenti provenienti da terzi (istituti di credito), nonostante l’immanente e strutturale stato di insolvenza...». I finanziamenti, dice l’accusa, servivano pure a «remunerare indebitamente e profumatamente il direttore generale Lama (secondo l’inedito e antieconomico criterio della percentuale sugli acquisiti e sul magazzino)...». Nonostante i continui rabbocchi di denaro, il serbatoio di Sapro era perennemente «vuoto... con dissipazione immancabile e progressiva dei beni della società...».
Ciò che contesta l’accusa è il «ricorso patologico e ingravescente al finanziamento bancario... in condizioni note di insolvenza genetica, strutturale e immanente... per poter far fronte alle crescenti esigenze di liquidità, causate dal continuo investimento in aree e immobili e dalle esigenze di cassa, con l’effetto di depauperare gravemente e irrimediabilmente il patrimonio, ritardare assai significativamente la dichiarazione di fallimento e di spostare, essenzialmente a danno dei creditori, la chiusura dell’attività...».
Poi ecco che, in un’ansa del lunghissimo verbale, rimbalza un considerazione sulle banche. La pubblica accusa — col sostegno di una superperizia di 300 pagine redatta da due esperti, Giancarlo Ferruccini e Paolo Loato — sottolinea come «al di là della qualificazione giuridica del comportamento di taluni istituti di credito, ben difficilmente gli stessi — rimarca l’ipotesi dell’accusa — potevano ignorare le condizioni della società...».
NONOSTANTE tutto — scrivono ancora i pm Santangelo e Di Vizio nell’ordinanza di sequestro — «la gestione della società è continuata nel tempo senza che ve ne fossero più i presupposti, stante l’integrale perdita del capitale sociale, conseguente alla corretta contabilizzazione dei costi afferenti alle rimanenze e alla loro valutazione...».
Nel suo complesso, sostengono ancora gli inquirenti, «la gestione aziendale di Sapro è stata volta, anziché ai criteri di prudenza e razionalità economica, a una insostenibile (in senso finanziario ed economico) propensione all’acquisto di nuove aree, in netto contrasto con le note esigenze di risollevare le sorti della società e di superare lo stato di crisi finanziaria...».
Il disegno dei pm ha un punto cardine: Sapro avrebbe comprato nel corso degli anni terreni a prezzi gonfiati, anche del doppio, rispetto ai correnti valori di mercato. Tra gli innumerevoli esempi che compaiono negli atti d’accusa messi a verbale, tre spiccano tra gli altri. Il primo è l’acquisto — effettuato il 20 dicembre 2007 — della società «Sviluppo A14». In questo modo, dice la procura, «si è dissipato e dapauperato il patrimonio sociale del valore economico di 5.272.707 euro... dei quali 4.652.000 attraverso l’accollo di un debito di importo superiore al reale valore dell’area...».
Il secondo contratto finito nella lente degli investigatori è quello che riguarda la compravendita (nel 2003) dell’area denominata ‘Mattei 1’ — parte della zona artigianale-industriale di via Mattei —. Secondo la prospettazione della procura la «dissipazione patrimoniale» di Sapro sarebbe consistita nell’acquisizione dell’area per 1.803.564, quando invece il reale valore era di 1.700.000 euro circa. Terzo esempio: l’area di Fiumana sarebbe stata comprata da Sapro nel 2002 «a 2,9 milioni»; per l’accusa, in base alle stime dei tecnici, «quel terreno ne valeva non più di 1,3 milioni». Una differenza di 1,5 milioni; si chiede l’accusa: «...Perché così tanta differenza?... Dove sono finiti quei soldi?». (I tifosi di Sapro dicono che la società ha fatto solo del bene; l’accusa dice che è stata una «disgrazia». La virtuosa via di mezzo, con Sapro, non c’è. Il trionfo del manicheismo).
Maurizio Burnacci