Imola, 29 dicembre 2017 - Il 2018 lo immagina colorato di verde. Perché speranza e ottimismo non possono difettare ad Alessandro Pietrolini, 42 anni, che dal 2010 alimenta un sogno chiamato Sonics, con le cui acrobazie aeree ha conquistato l’Italia e il mondo (è reduce da una trasferta in Qatar, ma nell’anno che si sta per concludere ha portato la sua fantasia e la prestanza della compagnia anche in Turchia e in Romania, solo per fare un paio di esempi). E tra domenica e lunedì riabbraccia il pubblico di Imola dove ha già portato ‘Meraviglia’ nella versione indoor e outdoor. Il San Silvestro e il Capodanno dello Stignani è però targato ‘Toren’, un trionfo di sfumature arcobaleno e coreografie spettacolari supportate da un piano luci di tipo televisivo che vide l’esordio nel 2015 al Fringe Festival di Edimburgo.

Pietrolini, che cosa deve aspettarsi il pubblico che vi vedrà all’opera in ‘Toren’?

«La nostra arte visuale segue un tema filologico che in questo caso associa il trionfo del colore con quello delle emozioni che l’uomo non può perdere se non rassegnandosi a un’esistenza in bianco e nero. In realtà lo stupore e le antenne vigili sulle sollecitazioni che giungono dal mondo portano a scoprire che nel candore assoluto del bianco si sommano tutte le nuance della tavolozza».

Una spinta a mantenere lo sguardo fanciullo....

«Il concetto di stupore è fondamentale, con il plus, per ‘Toren’, di essere uno spettacolo nato espressamente per il teatro, di cui conosce dunque i tempi, la cura maniacale per le scenografie, l’esito sorprendentemente performante».

Quanto impiegate mediamente a metter su uno show del genere?

«Noi siamo un gruppo atipico perché siamo 14 dipendenti tra i 20 e i 38 anni, 9 dei quali fissi, che lavoriamo per 365 giorni l’anno, creando in continuazione, provando, allenandoci. Negli 800 metri quadri del nostro capannone l’artista è un artigiano nel senso più pieno del termine. E i nuovi preferiamo formarceli direttamente in casa».

È questo il segreto del vostro successo globale?

«Nella nuova sede domina il verde che è il colore della speranza per antonomasia oltre ad aiutare l’emergere della creatività. Ma la speranza non può prescindere dalla sofferenza. Noi, per esempio, siamo totalmente autoprodotti, non riceviamo sovvenzioni di alcun genere perchè siamo troppo virtuosi e curiamo direttamente tutti i dettagli, fino alla comunicazione e alle vendite dei biglietti».

Dagli esordi a ora quale pubblico avete coinvolto?

«La fortuna, tra virgolette, che ci ha accompagnati è stata la metamorfosi, che era già intervenuta, nella fruizione dello spazio teatrale. Le famiglie avevano già spalancato le porte delle sale ai figli, ai bambini. E lo constatiamo anche nella targetizzazione dei post sui Facebook. I 40-65enni si muovono, ad esempio negli acquisti degli ingressi, con molti mesi d’anticipo ma più ci avviciniamo alla data dello spettacolo più l’età si abbassa ai 18-25enni. E la nostra missione è proprio quella di portare la gente a teatro. Il vero è sempre più forte del virtuale. Lo vediamo ogni sera a Torino dove abbiamo debuttato a Santo Stefano con ‘Steam’: il dirigibile che naviga sulle teste di chi sta in platea crea un impatto emotivo che nessuno schermo potrà mai suscitare».

La tecnologia, gli smartphone, i tablet non sono dunque concorrenti che vi mettono paura?

«Il progresso lo usiamo per affinare e migliorare la nostra proposta che suscita paura, stupore, un ventaglio di reazioni che incrementiamo con la suggestione delle luci, per esempio. ‘Toren’ ne utilizza 60 con l’aggiunta di quelle Bim. ‘Steam’ alza ulteriormente l’asticella con il tappeto di lampade che incombe sul pubblico. E ho già in mente anche il titolo del prossimo, ‘Wuaild’ che unisce il wow di chi rimane a bocca aperta con wild perchè sarà il selvaggio mondo degli animali a diventarne protagonista».

Sogna o è desto?

«Io vivo nei sogni perchè mi stufo in fretta di tutto e non riesco a programmare il domani».

Ha trovato la formula per abbattere il pregiudizio del provincialismo che incombe sul teatro italiano?

«Il lavoro maniacale che sconfigga il malcostume che induce tutti a giudicare a prescindere dalle competenze per farlo».