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«Quei ragazzi immigrati fra velo e discoteca»

CHE COSA c’è di più apparentemente facile che intendere la vita di tutti i giorni come un teatro, dove lo scenario muta continuamente e noi recitiamo secondo modalità dettate dal ...
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tratta dai dizionari Zanichelli
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1159.jpg 2011-05-29
CHE COSA c’è di più apparentemente facile che intendere la vita di tutti i giorni come un teatro, dove lo scenario muta continuamente e noi recitiamo secondo modalità dettate dal contesto sottostante? Che l’esistenza umana sia un teatro l’hanno già detto Pirandello e Shakespeare. Ma quando, a Federica Tarabusi ancora adolescente, avvenne di leggere un celebre saggio del sociologo canadese Erving Goffman — ‘La vita quotidiana come rappresentazione’, 1956 — qualcosa le si rivela. «Mi hanno sempre attratta — spiega la giovane studiosa, assegnista di ricerca in Antropologia Culturale presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione della nostra università — i comportamenti sociali, la pancia che spesso li guida, la loro varietà, la loro molteplicità, era come se desiderassi di possedere una lente abbastanza complessa per comprenderli. Girano una quantità di false convinzioni che vengono ritenute ovvie, naturali, e invece vanno denaturalizzate per scoprire il senso delle cose».
Non è una meta un po’ audace?
«Delle volte penso che mi piace andare dove mi porta il cuore. La passione dovrebbe essere la base di qualsiasi studio. Così, allo scientifico di Lugo, la mia città natale, scelsi l’indirizzo di scienze sociali».
Era brava?
«Sì. Avevo però 8 in condotta».
A Bologna quando è arrivata?
«Nel ’97, l’anno in cui mi iscrissi a Scienze della Formazione. Ci ho abitato per 12 anni, prima di stabilirmi a Forlì. Ma la base del mio lavoro è qui, in via Filippo Re».
Che impressione le fece la città?
«Fu una scossa importantissima. Pensi a una che è ha vissuto fino ad allora a Conselice, un paese di 10mila abitanti in provincia di Ravenna, e che si ritrova nella Bologna studentesca, il Lumière, via Zamboni, gli happy hour, i concerti. Fu bellissimo».
All’università partì subito bene?
«Guardi, anche se il tragitto di chi tenta di iniziare una carriera universitaria è impervio a dir poco, io mi ritengo fortunata. E tra le fortune c’è di aver incontrato due straordinari insegnanti di antropologia culturale, Matilde Callari Galli e Ivo Giuseppe Pazzagli, con il quale mi sono laureata nel 2003. Lui mi ha orientato verso l’antropologia della contemporaneità, l’interpretazione della realtà spogliata da tutte le banalizzazioni che la occultano. Un lavoro da etnografo, da esploratore del mondo circostante. Sempre con lui partecipai a un seminario, eravamo una dozzina di studenti, di antropologia sociale. Rapporti con le strutture organizzate, le esperienze di tirocinio, con volontariato. All’epoca studiavo e lavoravo in un pub di Imola. Bisogna essere umili, non sottrarsi agli aspetti pratici della vita».
Ma gli studiosi, i ricercatori, non paiono gente così pratica...
«E’ un grave difetto. Anche gli antropologi, gli accademici, amano talvolta stare nella torre d’avorio. C’è chi sviluppa il piano teorico, l’analisi pura. Io, invece, che mi sono sempre più dedicata al lavoro sul campo con i servizi di welfare, credo che l’antropologia non debba temere di coinvolgersi e interrogarsi sui bisogni della società».
E come si esprime questo lavoro sul campo?
«Nel 2004, iniziata la scuola di dottorato, ho partecipato a un progetto delle regioni Emilia-Romagna e Marche sull’inclusione educativa in Bosnia Erzegovina, a Sarajevo, dopo la guerra dei Balcani: uno Stato debolissimo, l’infiltrazioni di spinte nazionalistiche e, nelle scuole, una diffusa segregazione etnica e linguistica tra i bambini».
Gravi sfide nel campo della formazione, quindi...
«Nel 2010 ho lavorato nel Salvador, per la formazione di gruppi di insegnanti. Ma la questione riguarda anche noi, qui a Bologna, nei confronti delle risposte da dare, attraverso i servizi sociali territoriali, all’integrazione — una parola che richiederebbe molte precisazioni — dei figli di immigrati, nati qui e molto spesso privi di quel diritto di cittadinanza che è la condizione necessaria, seppur non sufficiente, per l’inserimento».
Quali sono le difficoltà?
«Questi adolescenti vivono in bilico tra il loro Paese e il nostro, tra il velo e la discoteca. Come spiega il sociologo franco-algerino Abdelmalek Sayad, morto nel 1998, quelle ragazze e quei ragazzi marocchini sono inclassificabili, sono ‘figli illegittimi’ perché imbarazzano, sono di troppo. E anche per questo mettono a nudo l’inconscio delle nostre società».
Lei che impegno svolge per loro e per gli operatori del welfare?
«Nel nostro territorio quei servizi sono una punta avanzata. Ma con i giovani immigrati, e ancor di più, per ragioni di genere, con le femmine, gli operatori si trovano di fronte a situazioni spesso indecifrabili, legate a concezioni della famiglia, della sessualità, dei rapporti interpersonali che essi non conoscono, e che cercano lodevolmente di affrontare, ma secondo le visioni tipiche della nostra società. Così sono stati loro stessi, a partire dal 2009, a chiedere di essere sostenuti. E’ nato, allora, per Bologna, il progetto ‘Adolescenti’, che ho seguito come ricercatrice, finanziato dalla Regione con lo Spazio Giovani della Usl. Siamo in via di conclusione»».
Com’è cambiata Bologna in tutti questi anni?
«E’ una ‘piccola città’ enormemente complessa. Quella degli happy hour appartiene ormai ai miei ricordi di fuorisede. C’è la Bologna della fiera, delle trasformazioni urbane, dei pendolari, c’è la città delle istituzioni e del welfare, e quella della cosiddetta ‘accoglienza’, dove ti senti completamente dentro ma, a volte, sei anche respinto. Come se non si riuscisse mai a impadronirsene».
E la Bologna dei giovani figli di immigrati che cos’è?
«Una città che, forse un po’ sbrigativamente, si potrebbe definire sommersa, invisibile, anche se non è difficile entrare in contatto con ben visibili drammi della marginalità. E’ una città nascosta. O che si vuole che resti tale».

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