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Ebe Stignani, duecento anni e non sentirli

di LETIZIA GAMBERINI
«IL TEATRO dell’Ebe Stignani è come un libro di storia, iniziato nel Trecento e sfogliato fino ai giorni nostri». L’assessore alla Cultura Valter Gala...
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di LETIZIA GAMBERINI
«IL TEATRO dell’Ebe Stignani è come un libro di storia, iniziato nel Trecento e sfogliato fino ai giorni nostri». L’assessore alla Cultura Valter Galavotti non sa proprio nascondere una grande passione per quel piccolo gioiello storico artistico che è il complesso di San Francesco, di cui fa parte anche l’Ebe Stignani. Tanto più che oggi è il vero compleanno del teatro comunale, inaugurato il 4 agosto del 1812. A quel tempo in nome era Teatro dei Signori associati, dedicato a Cerere. Sul palco, come spettacolo inaugurale, il dramma eroico ‘I riti d’Efeso’ di Giuseppe Farinelli accompagnato da un’opera buffa.
«LA COSA INCREDIBILE è che fu realizzato a tempi di record — considera Galavotti —. Quando all’inizio dell’Ottocento i francesi entrarono a Imola confiscarono i bene ecclesiastici. A quel punto, al posto del convento, che cosa potevano costruire se non un teatro per i signori del tempo?». E così il teatro, progettato dall’architetto Giuseppe Magistretti, fu realizzato dal 1810 al 1812
Ma la storia del complesso ebbe origine ben prima. «In quel punto esisteva la chiesa Superiore di San Francesco — ricorda Galavotti — e sotto, dove oggi c’è una sala della biblioteca, quella inferiore. Un po’ come ad Assisi. Non penso di essere smentito dicendo che un teatro ricavato da un convento sia un unicum in Italia».
Così unico che è stato descritto come «tempio gotico bellissimo». Niente male, soprattutto se detto da un certo Giorgio Vasari. Se tutto il complesso è di grande pregio storico artistico — oggi comprende teatro, biblioteca e archivi —, conserva un’eccellenza particolare? «Oltre al palco, grande più della platea — prosegue l’assessore —, sicuramente i palchi, fatti decorare dalle varie famiglie. Non ce n’è uno uguale all’altro, ma in un effetto di grande armonia».
LA LORO BELLEZZA è stata riportata alla luce nel corso del lungo restauro finito un paio di anni fa. «Fu veramente un lavoro complesso — continua Galavotti —. Il teatro, dopo la guerra, era stato chiuso fino al 1974 e all’epoca si inseriva l’amianto dappertutto. Durante i lavori di bonifica si doveva entrare con lo scafandro, fu un’operazione delicata intervenire in una struttura così preziosa. Molto importante, fu riscoperta anche la bellezza del ridotto, dove oggi si tengono degli spettacoli».
E, dopo l’inaugurazione di circa un anno e mezzo fa, ora il teatro è un fiore all’occhiello della città. «Per questo lo preserviamo differenziando le stagioni, alternando spettacoli tra questo e il teatro dell’Osservanza», conclude Galavotti. E, per quanto riguarda la nuova, di stagione, il sipario sta per alzarsi.
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