Imola, 16 marzo 2017–A chi gli dice: «Tranquilli, anche questa crisi passerà», l’ufficio Caritas della diocesi di Imola risponde: «No. Non passerà». Nell’anno appena trascorso sono 724 le persone che si sono rivolte al Centro di ascolto, volti a cui corrispondono 1877 componenti del nucleo familiare, 67 in più rispetto al 2015. A questi vanno aggiunti i 402 nuclei seguiti dalle Caritas parrocchiali, afferenti alla diocesi.

«Gli ingressi appaiono costanti rispetto all’anno precedente, ma ciò non significa che la situazione generale sia stazionaria, anzi», afferma Luca Gabbi, direttore della Caritas: «Per fornire assistenza essenziale, richiediamo un Isee non superiore a 6mila euro per gli alimenti e a 3mila euro per vestiti e farmaci: questi parametri molto bassi hanno contribuito a limitare il numero di persone che bussano alla nostra porta. La scelta di ascoltare le persone su appuntamento, per offrire maggiore qualità, ha inoltre frenato l’estemporaneità di chi vorrebbe ‘tutto e subito’».

La crisi, però, appare strutturale: «Vediamo una crescente precarietà lavorativa, una produzione non più in grado di assorbire manodopera, che per lavorare deve essere disponibile a qualsiasi costo orario. Vediamo strumenti amministrativi risibili e le situazioni a rischio povertà, sempre in crescita», aggiunge Sanzio Brunori, presidente dell’onlus Santa Maria della Carità, parte operativa della Caritas: «Circa il 32% dei nuclei che hanno chiesto aiuto, hanno un Isee pari a zero e dalla dichiarazione dei redditi 2015, risulta che a Imola sono 10.935 i contribuenti ad avere un reddito inferiore a 10mila euro».

Il 44% di coloro che si rivolgono alla Caritas sono italiani: «Spesso la Caritas viene ‘accusata’ di aiutare solo gli stranieri: nelle nostre case si accoglienza sono ospitati il 56% di italiani-aggiunge Brunori-. A chi pretende una casa rispondiamo che tutte quelle in gestione sono in sublocazione, nessuna è sfitta e le assegnazioni avvengono secondo parametri stabiliti. Non riceviamo contributi pubblici e i soldi provengono per lo più da donazioni».

Da un anno la Caritas ha interrotto anche la prima accoglienza dei profughi con retta dallo Stato, scegliendo di non partecipare più ai bandi pubblici: «Ci vogliamo concentrare sugli ‘ultimi’, cioè coloro che vengono sbattuti fuori dagli Enti gestori e hanno bisogno di tutele», afferma Gabbi, «I profughi che accogliamo sono in seconda accoglienza, equiparati a tutti coloro che si presentano da noi. Negli ultimi tempi, poi, Imola sta diventando un satellite su cui approdano poveri da Bologna. Chi vede un barbone e ci dice di fare qualcosa, deve ricordarsi che noi facciamo la nostra parte, ma esiste anche un’amministrazione pubblica con il dovere di tutelare i diritti fondamentali».