Imola (Bologna), 18 giugno 2017 - Di chi sono quei cimeli ciclistici esposti nella torre della Mercatone Uno, a Imola? È su questo interrogativo che dovranno scontrarsi, in tribunale, i commissari che gestiscono il gruppo in amministrazione straordinaria dal 2015 e Fausto Pezzi, presidente della Fondazione Luciano Pezzi. Nel 2002 fu proprio la Fondazione a donare a Mercatone in comodato 40 lotti di oggetti appartenuti alla squadra o donati dai corridori alla fondazione. Pezzi inestimabili, soprattutto da un punto di vista affettivo: dalle bici del pirata Marco Pantani alle maglie di squadra, dalle coppe alle foto. Per i commissari di Mercatone (Stefano Coen , Ermanno Sgaravato e Vincenzo Tassinari), però, quei cimeli appartengono alla procedura: la lettera con cui la Fondazione concesse il comodato è priva di data certa, pertanto non sufficiente a dimostrare la titolarità di quei beni. La Fondazione non è stata ammessa allo stato passivo del Mercatone Uno e ora il decreto verrà impugnato.

Una situazione kafkiana, considerato che tra i 40 lotti ci sono oggetti appartenuti a Luciano Pezzi, il compianto presidente della Mercatone del Pirata. Un esempio? La foto che lo ritrare ai tempi della carriera ciclistica, quando era gregario di Fausto Coppi. Correva l’anno 1949, la coppia Pezzi-Coppi era impegnata nel Tour de France e la Mercatone Uno – sia l’azienda che la squadra – era di là da venire.

Un passo indietro. Luciano Pezzi morì nel ’98 e il figlio Fausto creò una fondazione a lui intitolata per onorare la memoria di quello che è stato, tra l’altro, direttore sportivo di Gimondi e Adorni. Nella Fondazione è confluito così il vasto patrimonio di cimeli che Luciano Pezzi aveva raccolto in decenni d’attività, in varie vesti. Gli ultimi sono i pezzi del team Mercatone Uno donati dai ciclisti e non solo. «Quando Romano Cenni (fondatore del Mercatone Uno, ndr) aprì la torre mi propose di curare uno spazio espositivo – racconta Fausto Pezzi –. Accettai subito: volevo che almeno una parte di tutti quei cimeli fosse esposta sempre, come in un museo, mentre noi potevamo allestire solo mostre temporanee». E così fu. Il 16 settembre 2002 la Fondazione, con una lettera-inventario consegnava alla società Amiral (l’allora società del team Mercatone) i 40 lotti «per le finalità esosistive presso il Gruppo Mercatone» con l’impegno, recita sempre la missiva, che il materiale «ci sarà restituito, a nostra discrezione, in qualsiasi momento previo appuntamento». Per accettazione fu firmata anche da uno dei dirigenti di Mercatone «e pensavo che bastasse. Anzi – commenta Fausto Pezzi – la lettera mi pareva pure una formalità eccessiva». Tutto è rimasto così per anni, fino all’amministrazione straordinaria.

Pezzi scrisse subito ai commissari e chiese la restituzione dei prestiti. Seguirono carteggi e la richiesta d’ammissione, respinta in settimana, al passivo. «Ho pensato che potessero temere che volessi vendere quei beni, ma il mio intento è renderli fruibili agli appassionati e al pubblico – continua –. Allora ho pensato: quale posto migliore del Museo Pantani? In accordo con la signora Tonina (la madre del Pirata, ndr) all’ultima udienza ho depositato una proposta d’accordo perché tutti quei 40 oggetti siano esposti là». Ma non è bastato e ora la palla passa al tribunale. «Sono certo che tutti si siano attenuti alla legge, ma la vicenda mi lascia molto perplesso – conclude –. Spero prevalga il buonsenso». «A noi i tribunali non ci hanno mai aiutati – commenta amareggiata la madre di Pantani –. Ero contenta, Luciano Pezzi ha voluto tanto bene a Marco: ero felicissima di poter fare un angolo nel museo dedicato a lui. Spero ci ripensino».